Abstract critico – 03 gennaio 2026
Nel suo ultimo intervento pubblicato su Pensalibero, Zairo Ferrante propone una riflessione teorica sulla funzione della poesia nel contemporaneo, mettendo in dialogo Vladimir Majakovskij e Jacques Prévert come poli di una possibile sintesi poetica. Secondo Ferrante, la poesia moderna spesso si perde in un linguaggio opaco o autoreferenziale incapace di abitare il reale e di creare una relazione significativa con il mondo e con chi legge. Attraverso l’analisi delle due poetiche – l’urgenza etica e sociale di Majakovskij e la chiarezza quotidiana di Prévert – il testo delinea un modello di parola poetica che sia azione nel mondo, semplice ma potente, capace di «fare anima» e generare coscienza.
Ferrante argomenta che solo l’unione di responsabilità e di accessibilità può restituire alla poesia la sua forza nel presente, superando la dicotomia tra parola che lotta e parola che parla a tutti, in una visione che si compie nella loro unione (Dinanimismo).
Estratto dal testo:


Tra Majakovskij e Prévert: per una poesia che abita il reale
Di Zairo Ferrante
Storicamente esistono due filoni poetici. Uno che predilige la parola che si sottrae, che diventa opaca, quasi indecifrabile. Un altro che celebra la parola nella vita reale, con il discorso che abita il mondo e incide su di esso.
La prima strada, assolutamente di valore, spesso conduce a una sorta di incomprensibilità che, specie nella società contemporanea molto veloce e superficiale, conduce il poeta e la poesia all’isolamento. Una contrazione del linguaggio che tende a disinteressarsi della responsabilità che esso racchiude e che sfocia in un’impossibilità di circolazione dello stesso.
Ecco perché, in contrapposizione a una chiusura pseudospirituale e – oserei dire – astorica del linguaggio poetico, occorre, almeno per avere la speranza di incidere nella realtà, tentare la strada di una poesia che riesca ad abitare il mondo. Una parola che si costruisca nel contemporaneo, capace di circolare, veicolare un messaggio e creare dialogo – quindi coscienza.
Un “fare anima” del verso, capace di liberare dal giogo del pensiero dominante chi ne usufruisce.
Va da sé che, per assurgere a tale scopo, la parola poetica deve possedere due qualità: essere potente – azione nel presente – ed essere semplice. Non banale, ma capace di annullare la distanza tra il soggetto che si va costruendo nel verso e il mondo nel quale esso accade.
Ora, a voler trovare le radici di questo pensiero nella storia, mi viene da affermare che una poesia con queste caratteristiche – che io definirei dinanimista – si colloca perfettamente all’incrocio tra la poetica di Majakovskij e quella di Prévert. La prima come forma di responsabilità, esposizione e parola che prende posizione. La seconda come esercizio di chiarezza, accessibilità e parola che abita il quotidiano.
Il poeta russo ci ha saputo donare una parola urgente, libera da qualsiasi ornamento, con una forte tensione etica e sociale, espressione di poeta (artista) impegnato civilmente e capace di assumersi tutti i rischi – anche etici e sociali – del suo dire.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d’uomini, non di pesci.¹Da lui il Dinanimismo eredita l’idea che la poesia debba incidere nella realtà.
Il poeta transalpino, invece, ci ha tramandato la semplicità come etica del dire. Una poesia diretta, quotidiana, capace di circolare nel mondo reale perché costruitasi in un linguaggio del reale (si ricordino le critiche che lo volevano poeta “popolare” e persino tacciato di un certo popolarismo poetico).
S’è acceso
una sigaretta
ha fatto
dei cerchi di fumo
ha messo la cenere
nel portacenere
senza parlarmi
senza guardarmi
s’è alzato
s’è messo
sulla testa il cappello
s’è messo²Da lui il Dinanimismo eredita la necessità che la poesia debba arrivare.
Unire l’urgenza di Majakovskij alla chiarezza relazionale di Prévert, per dar vita a una poetica attuale, capace di essere parola responsabile, linguaggio non separato dal mondo e di fare anima per generare una relazione tra chi scrive e chi legge per creare coscienza.
La poesia è azione nel mondo. Quando perde la semplicità — intesa come non-separazione dal tempo e dall’esperienza — quell’azione si indebolisce: non arriva, non circola, non fa anima.
Oggi più che mai non bisogna scegliere tra la parola che lotta e la parola che parla a tutti. Il Dinanimismo si compie nella loro unione.¹ Estratto da “Il poeta è un operaio”; Vladimir Majakovskij, 1927.
² Estratto da “Colazione del mattino”; Jacques Prévert, 1945 circa.
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