Alessandro Canzian (1977) vive e lavora a Maniago (Pordenone). Poeta ed editore, nel 2008 ha fondato Samuele Editore, oggi una delle realtà più riconosciute e attive nel panorama della poesia italiana contemporanea. Come autore ha pubblicato numerose raccolte poetiche e saggi, tra cui Christabel, Canzoniere inutile, Luceafarul e Il Condominio S.I.M., oltre al recente In absentia (Interlinea, 2024), finalista a importanti premi nazionali e internazionali. Parallelamente all’attività autoriale, Canzian ha ideato e diretto festival, rassegne e progetti culturali dedicati alla poesia, ed è fondatore del portale Laboratori Poesia, spazio di riferimento per la riflessione critica sul presente del linguaggio poetico.
In questa conversazione affronta con lucidità il rapporto tra poesia, intelligenza artificiale e responsabilità del linguaggio, mettendo al centro il tema dell’intenzione, della competenza e del rischio di un’anestesia del dire. Ne emerge una visione che, pur senza allarmismi, richiama il poeta a un confronto rigoroso con il linguaggio e con il reale, in dialogo diretto con l’orizzonte critico del Dinanimismo.


Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali senza perdere la propria specificità?

Gli LLM, comunemente chiamati IA, sono programmi che per la maggior parte delle volte (va accettato) sono migliori di noi. E lo sono talmente tanto da distinguere addirittura chi lo capisce e chi no. Fino a ieri avevamo internet e sapevamo di avere tutto lo scibile umano lì a portata di mano. E cosa ne abbiamo fatto? Porno, forum sulla terra piatta, Social Media dove litigare. Certo non solo questo, ma tanto di questo. Adesso a tale scibile abbiamo dato un programma in grado di analizzarlo e di rielaborarlo.

Non una coscienza (quella continuiamo a cercare di definirla, e non sappiamo nemmeno se in molti di noi effettivamente ci sia), ma una capacità di elaborazione e gestione. E questo programma lo fa a una velocità e con una precisione tale che è di fatto sovra-umana. Così come la mole delle sue conoscenze.

Questo fa paura a molti non perchè ci sia un vero e proprio pericolo per l’essere umano né perchè si debba a tutti i costi ricordare che la creatività è peculiarità umana. No, l’IA fa paura perchè dimostra che quello che il 90% delle persone fa, o nel caso specifico dei poeti e degli scrittori, il programma lo fa indiscutibilmente meglio (a questo proposito si vada a consultare il libro Clone 2.0 di Vincenzo Della Mea, edito da Samuele Editore-Pordenonelegge, che pur avendo ormai qualche annetto è incredibilmente attuale). E lo fa non perchè abbia creatività o umanità, quella non può proprio averla, ma perchè evidenzia che il 90% delle persone e dei poeti non ha creatività, non ha capacità di rielaborazione né ha letture adeguate. Ovviamente metto dentro la definizione di “poeta” tutti quelli che si dichiarano tali anche sui Social, quindi aprendo molto la forbice.

Di poeti intelligenti, soprattutto in editoria, ne vediamo diversi.

Ecco quindi si viene a creare la divisione tra chi capisce che l’IA è autocritica e chi no, tra chi ha il coraggio di farla e chi no. L’IA è un’estensione che funziona in un unico modo: se hai competenze ti aiuta a gestirle meglio, se non hai competenze ti restituisce quello che riesci a capire.

Per questo motivo il linguaggio poetico umano può benissimo coesistere con l’IA senza perdere alcunchè. Nessun “vero” poeta (se si può dire così) si sognerà mai di chiedere a Chatgpt o altro di scrivere una poesia. Lo stesso (succitato) Della Mea ha chiesto di scrivere prima educando il programma con migliaia di testi e poi scegliendo e discutendo con il programma sugli esiti. È poesia quella che viene fuori? Della Mea stesso, da uomo intelligente quale è, dice di no. Dice che sono esercizi molto riusciti, e il loro sembrare poesia purtroppo non dice la capacità del programma ma lo stato della poesia che scriviamo e vediamo scrivere oggi.

Piuttosto questo nostro “poeta” (chiamiamolo pure, giocando un po’, questo “nostro amichevole poeta di quartiere”) chiederà all’IA di trovargli letture su un determinato ambito, o citazioni che non ricorda bene, o che non conosce, o se ci sono articoli su un tema che vuole affrontare in poesia. Questo è l’unico uso che ad oggi considero “intelligente” di Chatgpt (o altro). Perchè anche il chiedere una critica alla propria poesia restituisce pareri molto basici, molto allineati su quello che è la critica attuale. E sappiamo bene che la poesia, quando vera, guarda sempre al domani, e il domani non è compreso nella rete e quindi l’IA non vi ha accesso, non lo conosce. Così come non coglie intuizioni che non siano già state trovate. Insomma non trova il nuovo, il dirompente.

L’IA non minaccia minimamente il linguaggio poetico, questa è quindi la mia risposta.

Nel tuo articolo L’anestesia del linguaggio metti in discussione l’idea che maggiore capitale semantico equivalga a maggiore saggezza, mostrando come la sovrapproduzione di parole possa generare passività e manipolazione. In che modo la poesia contemporanea può sottrarsi a questa anestesia e tornare a essere luogo di pensiero autonomo e critico?

Questo è difficile. Il poeta dovrebbe tornare a litigare con il linguaggio e meno acconciarsi per la scena. Almeno secondo me. Il che non vuol dire che determinate forme di poesia come il poetry slam o la poesia teatralizzata siano male, anzi. Solo se la tua intenzione è quella di costruirti un personaggio allora non stai facendo poesia, ma la stai sfruttando.

Nel mio articolo ho contestato una posizione di Floridi ma qui la voglio ulteriormente ribaltare (solo apparentemente) ritirando fuori il concetto di intenzione. Il capitale semantico, le nostre conoscenze, di per sé sono positive e per il poeta sono e devono essere fondamentali.

È l’intenzione il problema dove tutto casca.

Maggiore conoscenza semantica è maggiore potere, e se l’intenzione è abusarne e prevaricare (come nel 90% dei casi umani) allora non è un bene. Qui bisogna un po’ guardare la realtà e meno l’idea di realtà che vorremmo. Il capitale semantico oggi è un’arma di manipolazione di massa, ovviamente perchè chi viene manipolato ha molto meno capitale semantico.

E il poeta?

Beh lui dovrebbe averne più di tutti conciliando questo aspetto con un’intenzione dedicata al mondo, agli altri, all’interpretazione svelante della realtà.

Per dirla in breve l’anestesia del linguaggio che obnubila gli uomini si combatte con un solo strumento: il linguaggio stesso, ma amato, usato bene, amante.

In un contesto segnato da semplificazione, polarizzazione e impoverimento del discorso pubblico, quale ruolo può avere oggi la poesia nel restituire complessità alla visione del reale? Esiste, secondo te, una pratica poetica capace di opporsi all’omologazione del linguaggio?

Qui non so risponderti. Il mio percorso non è ancora adeguatamente strutturato per credere che una pratica poetica, un fare poesia, possa opporsi a qualcosa. Posso però fare delle considerazioni: la poesia viene scritta per essere letta, e inevitabilmente cerca un ponte comunicativo con l’altro.

Se l’altro ha una capacità di comprensione che si abbatte anno dopo anno giocoforza la poesia anno dopo anno diventerà più semplice, si abbasserà per poter continuare a dialogare con l’altro.

Il che non vuol dire banalizzare il messaggio ma usare formule e lessico sempre più semplici. Altrimenti diventerebbe una parola chiusa in un’inutile torre d’avorio.

Certo però che se parliamo di un linguaggio sempre più omologato al ribasso, che semplifica la realtà perdendone le sfumature (e così i reali significati), che si attacca a episodi emotivi per poter avere il plauso dei lettori, non stiamo ottenendo nulla.

Oggi viviamo in un contesto molto molto al ribasso dove si chiede al poeta di scrivere cose chiare, che facciano sentire la poesia. Questo però non semplifica il lavoro del poeta, anzi. Un vecchio adagio dice che se non sai dirlo con parole semplici non l’hai capito, e oggi ci troviamo proprio in questa situazione. Il poeta è chiamato a comprendere delle complessità enormi dal micro al macro mondo a lui attorno, ma di poterle dire semplicemente senza scorciatoie o furberie (il pugno nello stomaco o le frasette a effetto per smuovere la commozione) comprimendo la complessità nell’apparente semplicità.

Questo curerà l’omologazione del linguaggio? No, non lo credo. La scoperta dell’energia atomica è servita a liberarci dalle dipendenze energetiche o ne abbiamo fatto una (anzi due) bombe? Il mondo va da una parte, va sempre da quella parte, e il poeta cerca di stargli dietro comprendendo cosa non va. Ma non può curarlo semplicemente perchè il mondo non vuole essere curato.

Per non chiudere in maniera eccessivamente pessimista ti dico che solo una cosa può aiutare l’uomo: la lettura, lo studio, ma solo quando questo viene coniugato con l’abbandono dei propri egocentrismi e narcisismi per uno sguardo il più possibile puro e innamorato per gli altri, per il mondo.

E questo, come tutto e come la vita stessa, è un esercizio.


✍️ Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistato non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.


ℹ️ Info Alessandro Canzian:  https://alessandrocanzian.com/chi-sono-esteso/

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