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Un attraversamento dinanimista dentro “Punto 2025 – Officina di poetica” (Ed. puntoacapo)

Convergenze e attriti nella responsabilità della parola poetica

di Zairo Ferrante

Ogni rivista di critica letterario-poetica non è mai soltanto una raccolta di testi. È uno spazio dove convivono visioni diverse, sensibilità talvolta lontane, idee di poesia che si intersecano — talvolta si scontrano — si rafforzano o si trasformano. In questa prospettiva, Punto 2025 si rivela come un terreno particolarmente interessante, non solo per le voci presenti, ma per l’apparato critico che accompagna il volume.

Dopo aver attraversato con attenzione l’intervento di Alessandra Corbetta — già discusso in un mio precedente contributo apparso su Punto-Almanacco letterario — tornare ora su questo libro significa allargare lo sguardo al suo disegno complessivo, osservando alcune linee di convergenza e alcuni punti di attrito rispetto a una concezione dinanimista del linguaggio poetico-artistico, che da anni tentiamo di promuovere in questo spazio.

In Appunti sui polsini: poesia, ironia e comicità -, Amedeo Anelli individua un rischio preciso della poesia contemporanea, parlando di una “discesa della poesia verso la prosa” e di una conseguente “mancanza di senso architettonico del dettato poetico (…) sin nella costruttività ritmo-metrica”. È una diagnosi che intercetta un timore diffuso: quando la poesia perde tensione formale e struttura ritmica, può effettivamente scivolare verso una scrittura puramente discorsiva.

Qui emerge un primo punto di attrito. Non è affatto certo che lo slittamento verso assetti prosastici coincida sempre con una perdita. Il problema non risiede nella prosa in sé, ma nella possibile dispersione del dettato. Una scrittura può assumere forme prosastiche e restare intensamente poetica, così come può mantenere il verso e risultare formalmente impeccabile ma linguisticamente inerte. Ciò che appare decisivo è il grado di densità, tensione e necessità che il linguaggio riesce ad attraversare.

Su un versante diverso, Roberto Bertoldo, in – Della “lirica” civile ovvero del tragico -, introduce una distinzione particolarmente feconda tra poesia civile “che si ribella alla condizione umana” e “quella che denuncia gli attentati ai valori vitali e alla serena convivenza degli uomini”. Qui la convergenza è evidente: la poesia civile non come semplice tematizzazione dell’impegno, ma come assunzione di responsabilità del linguaggio, con il poeta che entra dentro il conflitto del reale. Non basta parlare del mondo; conta come il linguaggio si espone alla realtà che attraversa.

In questa direzione, il discorso intercetta un principio centrale anche per il Dinanimismo, che riconosce nell’arte una forma di impegno trasformativo: l’artista non come semplice produttore di opere, ma come soggetto capace di generare una trasformazione dell’animo e del pensiero attraverso il proprio lavoro, diventando veicolo di consapevolezza e movimento interiore.

Analoga consonanza emerge in La poesia e il doppio inganno – di Mauro Ferrari. Ferrari ricorda che “il valore primario della poesia non è nel valore d’uso dell’efficace comunicazione di un messaggio”, ma nelle modalità con cui esso diventa “testo stimolante e, al limite, implicitamente ambiguo”. Allo stesso tempo, avverte che “l’opacità di quanti affogano i propri testi in riferimenti criptici (…) è il segno di un bersaglio mancato”.

Da un lato la poesia ridotta a messaggio immediato, dall’altro quella che si chiude in un’oscurità sterile. Una parola che diventa opaca fino a non generare più senso non difende la complessità, ma interrompe il movimento vitale del linguaggio. L’opera poetica non è obbligata a essere “chiara”, ma a restare generativa: capace di attivare pensiero, risonanza, esperienza — poesia come dinAnima, ovvero dinamismo dell’anima nel reale.

In tale passaggio sul reale si inserisce lucidamente anche Tempo di realtà – di Giuliano Ladolfi. Quando Ladolfi scrive che “la realtà non è circoscrivibile unicamente alla sua dimensione quantitativa” e che la grande poesia è “quella che riesce a cogliere nel reale la sua totalità”, il discorso si sottrae a ogni riduzione descrittiva o naturalistica. La poesia non come semplice rappresentazione, ma come gesto conoscitivo, come attraversamento qualitativo dell’esperienza.

Lo stesso orizzonte in cui si colloca pure il richiamo leopardiano:

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai
Silenziosa luna?”

Versi che Ladolfi definisce portatori di una “banalità sconvolgente”, ribadendo però come proprio nell’apparente semplicità possa concentrarsi una delle più alte intensità poetiche.

Qui la convergenza è profonda. La chiarezza non coincide con superficialità, così come l’oscurità non garantisce profondità.

Tuttavia emerge anche un attrito più sottile. Se Ladolfi riabilita implicitamente la parola limpida, resta aperta la constatazione che tali versi leopardiani, oggi, incontrerebbero serie difficoltà di accoglienza in gran parte delle riviste di poesia contemporanee e nelle redazioni delle principali case editrici nazionali. Non è una questione di singoli orientamenti editoriali, ma di un clima critico che continua talvolta a sospettare della parola immediatamente leggibile, come se la semplicità dovesse scandalizzare quanto la banalità, sovrapponendo – anche involontariamente – i due concetti.

Un retaggio, forse, che la critica nostrana si porta addosso dalle neoavanguardie e, finanche, da certo ermetismo. Una postura che finisce per far apparire la poesia e soprattutto la critica poetica — agli occhi dei comuni lettori, che restano pur sempre la realtà viva a cui il mondo poetico dovrebbe guardare — come dei simulacri imbiancati, inafferrabili, talvolta avulsi dal contesto.

Una lettura dinanimista di Punto 2025 mostra allora non un insieme di posizioni da contrapporre, ma un sistema di riflessioni: tra forma e mutazione, tra chiarezza e opacità, tra responsabilità e rischio — tensioni che contribuiscono a ravvivare non tanto la poesia, quanto i discorsi attorno a essa.

La poesia, quando resta viva, non coincide con un equilibrio definitivo. Non si lascia fissare in una formula stabile. Vive nello scarto, nella tensione, nel movimento che la costringe, ogni volta, a ridefinire il proprio rapporto con il reale.

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