Tra crisi del linguaggio e possibilità di azione nel reale
di Zairo Ferrante
Negli ultimi interventi di Giuliano Ladolfi — dall’editoriale “Come in uno specchio” (Atelier, n. 121, anno XXXI, marzo 2026) alla conversazione Tre domande dal Dinanimismo — torna con forza una questione che attraversa l’intera attualità: la crisi della parola e la rottura del suo rapporto con il reale. Una frattura tra significato e significante.
Non un fenomeno limitato alla poesia, ma un passaggio strutturale della cultura occidentale, acuito dall’imperante ecosistema social che, inevitabilmente, tende a confluire in uno scorrimento “liquido” di parola, arte e notizie, spesso incapaci di restare.
Come scrive il Direttore, “la crisi che abbiamo rintracciato nella cultura viene rispecchiata nella crisi della parola”, fino al punto in cui essa, “privata dell’aggancio con il reale, è diventata puro flatus vocis”.
La ricostruzione è netta e puntuale: Ladolfi parte dalla seconda metà dell’Ottocento, quando “il contratto tra parola e realtà viene rotto per la prima volta”, producendo una frattura che investe non solo il linguaggio, ma la possibilità stessa di conoscenza e relazione. La parola perde progressivamente funzione, fino a una condizione in cui “la poesia non possiede più un ruolo sociale, si è ridotta a piacere privato”. In questo scenario, il Novecento — con ermetismo, avanguardie e neoavanguardie — radicalizza ulteriormente il distacco, oscillando tra astrazione e sperimentazione, mentre il legame con il mondo si dissolve.
È a partire da questa diagnosi che Ladolfi propone una direzione: riattivare la fiducia tra significante e significato, recuperare una parola “forte e chiara”, capace di enunciare il mondo e ristabilire una possibilità di comunicazione. La sua posizione si radica in una consapevolezza precisa: “la sostanza del discorso linguistico-concettuale si basava su un atto di ‘fiducia’, di corrispondenza tra significante e significato”. La crisi moderna coincide allora con la perdita di questo patto, e il compito della poesia diventa, in primo luogo, quello di ricostruirlo.
Ma è proprio qui che il discorso, se messo in relazione con quanto emerso nel ciclo Tre domande dal Dinanimismo, si apre ulteriormente.
Nella conversazione con Mauro Ferrari, infatti, il problema viene già spostato su un piano diverso. Non più soltanto quello del linguaggio in quanto sistema, ma quello della sua incarnazione. Ferrari afferma con chiarezza che, se si vuole un linguaggio poetico autentico, “dobbiamo rifarci al corpo, alla nostra esistenza fisica, esperienziale” e che la poesia “serve a trasformare ciò che sappiamo e vediamo in una consapevolezza più profonda”.
Questo passaggio è decisivo. Perché introduce un elemento che va oltre la semplice ricostruzione del rapporto tra significante e significato: la dimensione dell’esperienza, del corpo, della trasformazione — la fisicità.
La parola non è più soltanto ciò che dice il mondo, ma ciò che nasce da un attraversamento e produce a sua volta un effetto.
Se si mettono in tensione queste due posizioni, emerge una terza via comune. Ladolfi individua correttamente la crisi e la necessità di ricucire il linguaggio; Ferrari, invece, spinge già verso una dimensione in cui la parola deve essere verificata nella sua capacità di azione. Non basta che essa torni a essere chiara, né che ristabilisca una corrispondenza con il reale: deve trasformare la percezione, deve portare il soggetto a “vedere il cuore delle cose”.
Il punto, allora, si sposta ulteriormente. Una parola può essere forte, può essere chiara, può anche ristabilire un rapporto tra significante e significato — e tuttavia restare nell’ultramondo della comunicazione. Può descrivere, esprimere, persino chiarire, senza produrre alcuna trasformazione reale.
È in questa differenza, sottile ma decisiva, che si gioca oggi una possibilità ulteriore.
Se la modernità ha segnato la rottura tra parola e realtà, e se il Novecento ha portato a compimento questa crisi fino all’autonomia del linguaggio, il problema contemporaneo non sembra più limitarsi alla ricostruzione di un legame perduto. Si tratta piuttosto di comprendere quando e come la parola possa tornare a operare nel reale, non soltanto a rappresentarlo. Non basta che essa significhi: occorre che produca effetti, porti trasformazione, incarni una durata — generi pensiero.
In questo senso, la proposta di Ladolfi può essere letta non come punto di arrivo, ma come passaggio necessario. La “parola forte e chiara” rappresenta un primo gesto di riattivazione del linguaggio, il primo passo verso la sua azione nel reale. Ma è forse proprio a partire da questo gesto che si apre una domanda più radicale: quando la parola, oltre a dire, accade? Quando smette di essere soltanto espressione o comunicazione e diventa evento?
È su questa soglia che il discorso resta aperto. Perché se la parola ha perduto il suo aggancio con il reale, il compito non è soltanto ritrovarlo, ma comprendere in che modo esso possa tradursi in azione. Non più soltanto una parola che descrive il mondo, ma una parola che, nel dirlo, lo attraversa e lo trasforma.
Oggi, forse, non appare sufficiente dire “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” ma occorre capire anche ciò che la parola vuole e può fare.





