Ricevo e pubblico in versione integrale questo contributo di Emanuela Sica, che attraversa Dante con il criterio dinanimista, mettendone alla prova alcune possibilità di lettura nel rapporto tra parola poetica e reale.

Il testo si muove come una proposta critica, non come una definizione, aprendo una serie di questioni formali e teoriche che verranno riprese nelle prossime settimane in questo spazio.

ZF


LA SELVA CHE BRUCIA ANCORA

Dante Alighieri letto con il Criterio Dinanimista

di Emanuela Sica

Voglio dire una cosa che disturberà i dantisti di professione. Dante Alighieri scrive dinanimisticamente e lo fa (visionariamente) sette secoli prima che il Dinanimismo esista. Lo fa come chi cade verso il basso senza aver mai sentito la parola gravità. E questa anticipazione inconsapevole è, per chi scrive, la prova più radicale che il movimento poetico fondato da Zairo Ferrante nel 2009 ha scoperto qualcosa che era già dentro la lingua italiana sin dalle sue radici più profonde, sin dal primo verso che la letteratura italiana ha osato pronunciare.

Rileggiamo le prime terzine, facciamolo come se la scuola non le avesse già uccise dentro di noi con la dissezione chirurgica delle (odiosissime) note a piè di pagina.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

parlerò de l’altre cose ch’i’ vidi là.

Tre terzine. Nove versi. L’intero programma del Dinanimismo già qui, compresso come materia prima dell’esplosione, chiede alla poesia di essere parola che accade nel reale, di produrre attrito con il mondo, di trasformare chi la attraversa. Dante scrive e subito tradisce la scena: non è una descrizione. È un’irruzione ed il verbo è «mi ritrovai», passivo riflessivo, che segnala uno smarrimento già compiuto prima che la poesia cominci. La poesia arriva tardi rispetto all’evento, la vita ha già colpito, il bosco è già chiuso intorno, il corpo ha già perso l’asse. La parola è il tentativo disperato e necessario di stare all’altezza di quello che è già accaduto nel corpo, nella carne, nell’anima. Questa è esattamente la definizione dinamista: poesia come azione nel reale, strumento urgente, non ornamentale.

Il Dinanimismo chiede necessità, chiede che la poesia risponda a un bisogno che brucia, non a un desiderio estetico che soddisfa. Dante lo dichiara senza pudore: «Ahi quanto a dir qual era è cosa dura». Non si tratta di un esercizio retorico quanto della denuncia aperta che quella parola costa, che senza di essa la paura rinnova e l’uomo muore una seconda volta. La poesia nasce qui dalla stessa radice biologica del respiro: o la dici o soffochi. Questa (a mio avviso) è necessità dinanimista pura, riconoscibile, senza mediazioni.

La selva è aspra, selvaggia, forte. Tre aggettivi che i commentatori hanno sempre trattato come paesaggio, io li leggo come resistenza perché la selva oppone il proprio essere alla presenza del poeta, respinge, non cede. L’attrito dinanimista è questo: la realtà che non si lascia attraversare senza lasciare il segno, il materiale che costringe la mano a premere più forte, la parola che deve guadagnarsi il terreno verso cui avanza. Dante incontra un ostacolo fisico e metafisico insieme, il Dinanimismo chiama questo attrito la condizione necessaria della poesia autentica, il segnale che la parola sta lavorando su qualcosa di vero, di duro, di vivo. Il poeta (suo malgrado) si ritrova nel mezzo,  già trasformato questo perché è qualcosa che ha già operato sul soggetto prima che lui lo sapesse formulare. Il cammin di vita porta al mezzo, e il mezzo è il luogo del disorientamento totale, della rottura dell’asse, del crollo della via diritta. E dunque, la trasformazione vera, quella che la grande poesia registra, è sempre una perdita di orientamento che apre a un orientamento più profondo. Dante la vive nel corpo mentre il Dinanimismo la teorizza. La distanza tra loro è quella che passa tra chi cade e chi ha capito la legge della caduta.

«Tant’è amara che poco è più morte.» Questa è la frase che i commentatori hanno sempre addomesticato alla lirica della metafora. Io, se permettete, la leggo come se fosse una cronaca perché Dante descrive un rischio reale, ossia l’anima vicina alla morte spirituale, al collasso della coscienza, al punto in cui la vita smette di riconoscersi come tale. Se ci pensiamo un attimo, il poeta dinanimista è colui che mette in gioco se stesso, che entra nel testo portando tutto il peso della propria vita esposta. Per questo la poesia senza rischio è pura decorazione, una pennellata di bianco in una stanza già bianca di suo. Chi la vede? Dante rischia (invece) l’anima e il Dinanimismo chiede ai poeti esattamente questo, e niente di meno.

E poi c’è la durata. Ben settecento anni di attrito sul lettore, la Divina Commedia (si sente) brucia ancora ogni volta che qualcuno legge «mi ritrovai per una selva oscura». Qualcosa accade nel corpo, un riconoscimento che viene da prima delle parole, una vertigine che è biologica prima che letteraria. Questa durata è la prova che quella poesia ha inciso nel reale, ha cambiato la struttura interiore dei lettori attraverso i secoli, ha agito come forza e non come ornamento. Il Dinanimismo misura la poesia anche su questo: quanto dura l’attrito. Il metro è stabilito nel numero settecento.

La selva oscura del primo canto è il campo di forze dinanimiste per eccellenza. Uno spazio dove l’anima perde l’asse e la parola diventa l’unico strumento di sopravvivenza. Dante entra nella selva e ne esce trasformato, la stessa parabola accade al lettore che entra nella selva con lui. Questo passaggio di energia trasformante da anima ad anima attraverso la lingua è il cuore del Dinanimismo, il suo nucleo più antico, il più vivo.

La mia tesi, allora, è questa: il Dinanimismo è la (vera) critica letteraria che Dante stava aspettando. Tutta la tradizione dei commentatori ha lavorato sulla teologia, sulla filosofia scolastica, sulla politica medievale, sull’allegoria. Strumenti legittimi, certo. Strumenti, però, che rischiano di congelare il testo in un museo, di spiegare la poesia fino a spegnerla. Il Criterio Dinanimista fa l’opposto, portando il testo fuori dal museo lo rimette in contatto con il sangue del lettore contemporaneo, restituisce alla Commedia il suo carattere originario di azione urgente, di parola che brucia perché è nata da un fuoco reale.

E allora diciamolo, probabilmente uno dei primi dinamisti della letteratura italiana si chiamava Dante Alighieri. La sua opera comincia con nove versi che contengono tutto ciò che la poesia deve essere: necessaria, resistente, trasformante, rischiosa, duratura. Il resto è letteratura nel senso più debole del termine, nel senso in cui la parola non pesa, non ferisce, non cambia nulla nel corpo di chi la riceve. La selva brucia ancora e, chi non la sente bruciare, non ha ancora attraversato davvero quei nove versi.


Emanuela Sica è avvocato cassazionista, scrittrice, giornalista pubblicista e direttrice artistica. Nata ad Avellino nel 1975, vive e lavora a Guardia Lombardi (Irpinia), dove esercita la professione forense dal 2004.
Nel 2011 ha fondato il blog Plenilunio, oggi punto di riferimento per la scrittura e la critica culturale con oltre quattro milioni di visualizzazioni. Dal 2023 dirige l’omonima collana editoriale per Delta 3 Edizioni. È autrice di numerose opere tra narrativa, poesia e saggistica, e curatrice di antologie collettive. Collabora con diverse testate e realtà culturali nazionali.
Dirige il Festival delle Radici Migratorie, progetto dedicato a memoria, identità e appartenenza dei borghi italiani. Attiva nel sociale, offre supporto legale gratuito a persone fragili e donne vittime di violenza. È ideatrice di progetti educativi contro la violenza di genere, promossi nelle scuole e negli enti locali. Presiede l’associazione “Guardiesisinasce&sidiventa Nino Sica”. Ha ricevuto numerosi premi letterari e civili a livello nazionale e internazionale.
Nel 2024 è stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

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