a cura di Zairo Ferrante
Nel panorama poetico italiano contemporaneo esistono molteplici esperienze, tendenze e aggregazioni poetiche, spesso fluide, intermittenti o legate a singole traiettorie autoriali.
Più raro è invece il caso di movimenti che abbiano sviluppato, nel tempo, una proposta critica riconoscibile, un impianto teorico dichiarato e una riflessione esplicita sul rapporto tra poesia e contemporaneità.
In questo quadro, il Realismo Terminale di Guido Oldani – nato ufficialmente nel 2010 e approfondito criticamente da Giuseppe Langella – e il Dinanimismo – fondato nel 2009 – rappresentano oggi due delle esperienze poetiche contemporanee che più esplicitamente hanno tentato di sviluppare una riflessione critica sul rapporto tra poesia e realtà.
Pur nascendo da esperienze differenti e non collegate tra loro, entrambi i percorsi – in un cammino per molti aspetti parallelo – condividono un punto di partenza decisivo: la convinzione che la poesia non possa più parlare ignorando il mutamento del mondo contemporaneo.
Da qui nasce la necessità di un confronto: quali convergenze esistono tra Realismo Terminale e Dinanimismo? E soprattutto: dove si realizza la loro distanza teorica?
La convergenza più evidente tra i due percorsi riguarda il terreno entro cui entrambi scelgono di lavorare: il reale contemporaneo. Modernità, trasformazioni antropologiche, mutamento del linguaggio, presenza crescente degli oggetti e degli ambienti digitali, ridefinizione delle relazioni umane e dei modi di percepire e abitare il reale.
Pur attraverso soluzioni linguistiche differenti e visioni diverse del compito della parola poetica, entrambe le esperienze condividono la necessità di riportare la poesia dentro il tempo presente.
In entrambi i casi, la poesia rinuncia a parlare da un altrove astratto per tornare dentro la concretezza storica, comunicativa e antropologica del proprio tempo.
Il Realismo Terminale si pone come poetica della rivelazione del reale contemporaneo. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerarlo mera osservazione del presente. Nel manifesto stesso del movimento è già rintracciabile una tensione trasformativa ed etica:
“Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda.”
Tale movimento mette in scena il mutamento del reale; mostra il dominio crescente degli oggetti sull’esperienza umana; utilizza la “similitudine rovesciata” come strumento conoscitivo per raccontare il rovesciamento antropologico del nostro tempo. L’oggetto sostituisce la natura come misura del mondo e, attraverso questa deformazione poetica, il lettore viene chiamato a riconoscersi e forse persino a correggere lo sguardo.
In questo senso, il Realismo Terminale realizza una poetica della consapevolezza: rivela il presente, lo mette a nudo, lo espone allo sguardo critico.
Il Dinanimismo, pur muovendosi nello stesso orizzonte del reale contemporaneo, concentra la propria attenzione su una domanda differente: può la parola poetica accadere nel reale e trasformarne, anche minimamente, l’esperienza?
Da qui nasce, nella sua evoluzione teorica più recente, il criterio dinanimista dell’azione poetica nel reale, sintetizzato nella sequenza:
necessità → attrito → trasformazione → rischio → durata
Una proposta che tenta, in qualche misura, di dare corpo a quella speranza già intravista dal movimento di Oldani: non soltanto prendere coscienza del mutamento, ma verificare se la parola poetica possa ancora incidere nell’esperienza concreta del lettore e del mondo, trasformandoli.
Se il Realismo Terminale vuole rimettere il mondo “a testa in giù” per renderlo finalmente visibile, il Dinanimismo si domanda se la parola poetica possa ancora accadere in questo mondo fino a modificarne, anche minimamente, l’esperienza.
In questa prospettiva, il Dinanimismo – soprattutto nella propria evoluzione critica più recente – può essere letto, almeno in parte, non come negazione del Realismo Terminale, ma come un possibile secondo tempo della medesima domanda storica: che cosa può ancora fare oggi la poesia dentro il reale contemporaneo?
Se il Realismo Terminale ha tentato di svelare il mondo contemporaneo, rendendone visibile il rovesciamento antropologico, il Dinanimismo introduce un quesito di verifica: dentro quello stesso mondo, la parola poetica può ancora accadere, generare attrito e lasciare una traccia trasformativa nel tempo dello scroll?
Forse è proprio in questa domanda – più che nella distanza – che i due percorsi finiscono per incontrarsi.





