Come una mosca alle porte del regno dei cieli

Su spiagge eterne e bianchissime
vorrei
recuperare anche solo
qualche minuto di sonno,
ma sto come una mosca
alle porte del regno dei cieli
frenetica
e inutile.

—-

Capodoglio

Non è nelle formule
incomprensibili
della chimica,
non nella biologia
molecolare
non in quella marina
e nemmeno
nel tempo che passa.
Né io, né il capodoglio
abbiamo saputo sbrogliare
il problema della vita,
entrambi aspettiamo
fiduciosi
la fiocina.

—-

Pesca


Percorrendo il disastro
nucleare che siamo stati
non provo dolore
o vergogna
ma grande rammarico
per i pesci
e il loro dibattersi
inutile e furibondo
nel secchio di plastica blu
mentre il loro dio ittiomorfo
guarda altrove
soddisfatto.

prologo del libro:


Nel poema antidiluviano, Enkidu e Gilgameš si addentrano nel cuore della foresta dei cedri per dare la caccia a Humbaba, che è assieme guardiano del luogo ed incarnazione del bosco. Gilgameš è il re che vide ogni cosa al mondo, che apprese tutto e fu saggio; Enkidu un semidio che raccoglie in sé la triplice natura d’animale, di uomo e di divinità. E ciò nonostante, l’aver violato un luogo sacro precluso alla vista, l’aver abbattuto un frutto della terra e il suo pastore, si rivelano fatali. Enkidu si spegnerà anzitempo per espiare il peccato terribile e Gilgameš, ossessionato dalla ricerca della vita eterna, morirà di vecchiaia, nella gloria, ma anche nella sofferenza peggiore di tutte: quella di riconoscere la propria mortalità – che cala come un’ombra sulle fatiche e le imprese mirabolanti.La foresta dei cedri è in questi versi un mondo di cui siamo un di troppo, un’aberrazione che, necessaria da un lato per riconoscerne l’immensità, dall’altro lo aggredisce con la sua propria esistenza violandone le leggi e le geometrie intoccabili. È un’epopea frammentaria sull’insensatezza di tutto, scritta con rabbia e ammirazione – una silloge di preghiere e bestemmie, gridata contro le vastità vuote che ci contengono. Un monumento quasi, per noi che siamo guerrieri solo nella miseria.

Francesco Costa

(Belluno, 1992) nato per morire, vive ciò nonostante a Venezia – dopo essere transitato per Gorizia, il Belgio e la Francia, dove ha partecipato al movimento libertario lionese e lavorato come ricercatore presso il poeta e sociologo anarchico Mimmo Pucciarelli. Laureato in Scienze Internazionali e Antropologia, si occupa di fotografia, pittura e parole. I suoi versi sono apparsi in riviste online («Poetry Factory», «Il Visionario», «L’Altrove») e stampate («210A») e una sua poesia dal titolo L’infinito è stata inclusa nella raccolta Inno all’infinito curata da Bruno Mohorovich (2021, Ed. Bertoni). I suoi lavori sono raccolti nel sito thisminimalshit.com e per Ensemble ha pubblicato le raccolte Cipango (2020) e La foresta dei cedri (2022).

*Versi e immagini ricevute direttamente dall’Autore; diritti riservati.

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