Con una pietra al collo

sognai di volare,

snocciolando nel vento

il mio corpo-crosta,

un rosario di pepe,

aglio nero, cannella.

Non ho mai saputo

d’esser così bella,

e quello che a te

sembra dolore,

nel volo, per me,

è una cascata.

Il rosario che sgrano

a volte è bestemmia,

a cielo terso,

nell’utero-terra,

dentro un sogno

che si chiama speranza.

Perché del mare

io sono la dea,

la donna-fenice

che arde

senza bruciare,

donna-pietra illesa

anche quando marchiata

da cocente dolore:

donna matrice,

donna labbra morse,

donna a squarciagola,

donna motrice e sorgente,

donna che sembra non finire.

A Cloe Bianco

Giancarlo Nārāyaṇa Fattori

*Versi ricevuti direttamente dall’autore; tutti i diritti riservati.

**Immagine copertina “La Donna Cannone” postata dalla redazione e liberamente tratta da: https://m.media-amazon.com/images/I/71nySWHYqWL.AC_SX679.jpg

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