Il dove e il chi quali sostanza della parola poetica. Abstract critico di un intervento pubblicato su “Punto – Almanacco Letterario”
Abstract critico – 16 febbraio 2026


Con l’articolo “Poesia e comunicazione: quando il dove e il chi donano responsabilità alla parola”, pubblicato su Almanacco Punto, Zairo Ferrante affronta uno snodo centrale del dibattito contemporaneo: il rapporto tra parola poetica, comunicazione e responsabilità del dire.
Nato dalla lettura di Punto 2025 – Officina di poetica (puntoacapo Editrice) e in dialogo con le riflessioni di Alessandra Corbetta, il testo sposta l’asse della discussione dal piano puramente teorico a quello del luogo, del dispositivo e dell’attrito con il reale.
La questione non riguarda soltanto la crisi del linguaggio, ma le condizioni concrete in cui la parola accade, circola, viene ascoltata o neutralizzata.
In filigrana, l’intervento intercetta un principio centrale della riflessione dinanimista: la parola poetica non si esaurisce nel testo né nel circuito specialistico che la ospita.
Il chi e il dove non rappresentano coordinate accessorie della comunicazione, ma condizioni sostanziali dell’esperienza poetica.
Una parola che circola esclusivamente entro confini autoreferenziali — anche quando formalmente impeccabile — rischia di ridurre il dialogo a una risonanza interna, incapace di generare reale attrito interpretativo.
In questa prospettiva, la questione non riguarda la legittimità del confronto tra poeti, ma la necessità che la parola attraversi spazi, interlocutori e contesti non protetti, dove il senso venga rimesso in gioco.
L’articolo si colloca così dentro un orizzonte critico che riconosce alla poesia non una funzione ornamentale, ma una responsabilità storica, linguistica ed esperienziale.
📎 Leggi l’articolo su Punto – Almanacco Letterario
Quando la poesia si anestetizza: intervento critico sulle pagine di Finestre Lit – blog ideato da David La Mantia
Abstract critico – 29 gennaio 2026


In questo intervento pubblicato su Finestre Lit–blog ideato da David La Mantia, Zairo Ferrante affronta uno dei nodi più urgenti del dibattito poetico contemporaneo: la progressiva anestesia del linguaggio e il suo confronto con l’Intelligenza Artificiale.
Il testo prende avvio da una constatazione precisa: il crescente apprezzamento di testi poetici generati da IA non indica una supremazia della macchina, ma rivela una crisi interna alla poesia umana, sempre più esposta a formalismi autoreferenziali, intellettualismi opachi e a una perdita di contatto con l’esperienza viva. L’IA riesce a risultare “credibile” proprio perché replica con efficienza una lingua già impoverita nella sua urgenza.
In linea con la postura del Dinanimismo, l’articolo rifiuta tanto la demonizzazione della tecnologia quanto l’entusiasmo acritico. La questione non è chi scrive, ma che cosa accade nella parola. Quando il linguaggio si separa dal tempo, dal corpo e dalla responsabilità del dire, diventa facilmente imitabile, standardizzabile, anestetizzabile.
L’intervento riafferma così un principio centrale del Dinanimismo: la poesia non è ornamento né esercizio formale, ma azione nel reale, pratica etica del linguaggio, gesto capace di produrre attrito nel presente e di “fare anima”. Dove la parola resta incarnata, ritmica e attraversata dall’esperienza, nessuna macchina può sostituirla; dove invece si sottrae, la sua crisi è già compiuta.
Questo contributo, ospitato in una sede critica terza, rafforza e chiarisce l’orizzonte dinanimista: non una difesa nostalgica e aprioristica dell’umano, ma una richiesta radicale di responsabilità della parola, oggi, nel tempo che viviamo.
🔗 Articolo completo su Finestre Lit:
https://finestrelama.blogspot.com/2026/01/zairo-ferrante-quando-la-poesia-si.html
“Tra Majakovskij e Prévert: per una poesia che abita il reale (Pensalibero.it)”
Abstract critico – 03 gennaio 2026
Nel suo ultimo intervento pubblicato su Pensalibero, Zairo Ferrante propone una riflessione teorica sulla funzione della poesia nel contemporaneo, mettendo in dialogo Vladimir Majakovskij e Jacques Prévert come poli di una possibile sintesi poetica. Secondo Ferrante, la poesia moderna spesso si perde in un linguaggio opaco o autoreferenziale incapace di abitare il reale e di creare una relazione significativa con il mondo e con chi legge. Attraverso l’analisi delle due poetiche – l’urgenza etica e sociale di Majakovskij e la chiarezza quotidiana di Prévert – il testo delinea un modello di parola poetica che sia azione nel mondo, semplice ma potente, capace di «fare anima» e generare coscienza.
Ferrante argomenta che solo l’unione di responsabilità e di accessibilità può restituire alla poesia la sua forza nel presente, superando la dicotomia tra parola che lotta e parola che parla a tutti, in una visione che si compie nella loro unione (Dinanimismo).
Estratto dal testo:


Tra Majakovskij e Prévert: per una poesia che abita il reale
Di Zairo Ferrante
Storicamente esistono due filoni poetici. Uno che predilige la parola che si sottrae, che diventa opaca, quasi indecifrabile. Un altro che celebra la parola nella vita reale, con il discorso che abita il mondo e incide su di esso.
La prima strada, assolutamente di valore, spesso conduce a una sorta di incomprensibilità che, specie nella società contemporanea molto veloce e superficiale, conduce il poeta e la poesia all’isolamento. Una contrazione del linguaggio che tende a disinteressarsi della responsabilità che esso racchiude e che sfocia in un’impossibilità di circolazione dello stesso.
Ecco perché, in contrapposizione a una chiusura pseudospirituale e – oserei dire – astorica del linguaggio poetico, occorre, almeno per avere la speranza di incidere nella realtà, tentare la strada di una poesia che riesca ad abitare il mondo. Una parola che si costruisca nel contemporaneo, capace di circolare, veicolare un messaggio e creare dialogo – quindi coscienza.
Un “fare anima” del verso, capace di liberare dal giogo del pensiero dominante chi ne usufruisce.
Va da sé che, per assurgere a tale scopo, la parola poetica deve possedere due qualità: essere potente – azione nel presente – ed essere semplice. Non banale, ma capace di annullare la distanza tra il soggetto che si va costruendo nel verso e il mondo nel quale esso accade.
Ora, a voler trovare le radici di questo pensiero nella storia, mi viene da affermare che una poesia con queste caratteristiche – che io definirei dinanimista – si colloca perfettamente all’incrocio tra la poetica di Majakovskij e quella di Prévert. La prima come forma di responsabilità, esposizione e parola che prende posizione. La seconda come esercizio di chiarezza, accessibilità e parola che abita il quotidiano.
Il poeta russo ci ha saputo donare una parola urgente, libera da qualsiasi ornamento, con una forte tensione etica e sociale, espressione di poeta (artista) impegnato civilmente e capace di assumersi tutti i rischi – anche etici e sociali – del suo dire.
Lo so: voi non amate le frasi oziose.
Quando tagliate del legno, è per farne dei ciocchi.
E noi, non siamo forse degli ebanisti?
Il legno delle teste dure noi intagliamo.
Certo, la pesca è cosa rispettabile.
Tirare le reti, e nelle reti storioni, forse!
Ma il lavoro del poeta non è da meno:
è pesca d’uomini, non di pesci.¹Da lui il Dinanimismo eredita l’idea che la poesia debba incidere nella realtà.
Il poeta transalpino, invece, ci ha tramandato la semplicità come etica del dire. Una poesia diretta, quotidiana, capace di circolare nel mondo reale perché costruitasi in un linguaggio del reale (si ricordino le critiche che lo volevano poeta “popolare” e persino tacciato di un certo popolarismo poetico).
S’è acceso
una sigaretta
ha fatto
dei cerchi di fumo
ha messo la cenere
nel portacenere
senza parlarmi
senza guardarmi
s’è alzato
s’è messo
sulla testa il cappello
s’è messo²Da lui il Dinanimismo eredita la necessità che la poesia debba arrivare.
Unire l’urgenza di Majakovskij alla chiarezza relazionale di Prévert, per dar vita a una poetica attuale, capace di essere parola responsabile, linguaggio non separato dal mondo e di fare anima per generare una relazione tra chi scrive e chi legge per creare coscienza.
La poesia è azione nel mondo. Quando perde la semplicità — intesa come non-separazione dal tempo e dall’esperienza — quell’azione si indebolisce: non arriva, non circola, non fa anima.
Oggi più che mai non bisogna scegliere tra la parola che lotta e la parola che parla a tutti. Il Dinanimismo si compie nella loro unione.¹ Estratto da “Il poeta è un operaio”; Vladimir Majakovskij, 1927.
² Estratto da “Colazione del mattino”; Jacques Prévert, 1945 circa.
Leggi l’articolo completo ➤ https://www.pensalibero.it/tra-majakovskij-e-prevert-per-una-poesia-che-abita-il-reale/
“La poesia come azione. Per una grammatica etica del dire” (da Pensalibero.it)
Abstract critico – 27 dicembre 2025
Con questo intervento, pubblicato su Pensalibero.it, Zairo Ferrante sintetizza la postura critica del Dinanimismo: una poesia che non si rifugia nella forma, ma agisce nel mondo, assumendo una responsabilità etica del dire. Il testo mette a fuoco il rischio dell’“anestesia del linguaggio” e la necessità di restituire al verso la capacità di incidere nell’esperienza e generare coscienza condivisa. Ne riportiamo alcuni passaggi centrali:
Estratti dal testo:


La poesia come azione. Per una grammatica etica del dire (Dinanimismo)
di Zairo FerranteMolti critici, anche autorevoli, sostengono che la poesia contemporanea non abbia bisogno di nuovi testi, ma di un discorso sul fare poesia che le restituisca senso e funzione. In particolare oggi, nel contesto di una società ipertecnologica e costantemente connessa.
Non a caso, in numerosi miei interventi pubblici mi sono soffermato su un nodo che considero decisivo e strettamente collegato a questa questione: l’anestesia del linguaggio.
Una parte consistente della produzione poetica odierna sembra legata all’iper-forma: cura dello stile, perfezione dell’immagine, esposizione di un “io” messo in vetrina ma spesso disconnesso dal tempo in cui abita. Una poesia che può risultare terapeutica per chi la scrive, ma che raramente produce una reale ricaduta nel mondo.
Un fare poetico che, citando Hillman, non riesce a “fare anima”: non abita la terra, il corpo, il quotidiano, le relazioni, i conflitti.
Paradossalmente, questo modo di intendere la scrittura diventa una fuga verso un’idealità spirituale, un dialogo con il proprio sé. Il linguaggio si contrae e diviene incapace di abitare la realtà: non vive più tra gli esseri umani nel tempo presente.
Così, la resistenza adorniana nei confronti di una società distratta e superficiale rischia di trasformarsi in chiusura: un linguaggio stanco di circolare, che perde di vista l’oggetto e diviene incomprensibilità.
A conferma di ciò, basta ricordare uno studio condotto all’Università di Pittsburgh, nel quale i partecipanti hanno valutato «più favorevolmente le poesie generate dall’IA rispetto a quelle scritte dall’uomo».
Se una poesia senz’anima risulta equivalente a quella dell’intelligenza artificiale, non è l’IA ad avere acquisito interiorità: è la poesia che si è svuotata di efficacia.
Il bisogno di trasformare l’arte in azione è stato espresso anche in altri ambiti creativi. Si pensi alla performance di Graziano Cecchini che, nel 2007, tingendo di rosso la Fontana di Trevi, ha trasformato il gesto estetico in azione e l’azione in denuncia. Un pensiero che diviene resistenza alla “liquefazione della società”: una forte rivendicazione del ruolo sociale dell’artista.
Il Dinanimismo nasce esattamente da questa urgenza: rivendicare una poesia come azione. Non una poetica della forma, ma una condotta del dire.
Un linguaggio radicato nel mondo, capace di assumersi la responsabilità etica della parola, perché la poesia diventi movimento dell’anima che circola.
Una relazione viva tra chi scrive e chi legge che si compie nella semplicità: non banalità o facilità, ma continuità tra parola ed esperienza, in una prospettiva che richiama la “non-separazione” di Meschonnic.
Una poesia che non consola, non si esibisce e non fugge, ma agisce — e, agendo, genera coscienza.
In definitiva: la poesia come azione semplice nel mondo.
Perché, se manca la semplicità — intesa come non-separazione dal tempo e dall’esperienza in cui nasce — l’azione poetica si indebolisce: non arriva, non circola, non genera Dinanimismo.
👉 Leggi l’articolo completo su Pensalibero.it:
https://www.pensalibero.it/la-poesia-come-azione-per-una-grammatica-etica-del-dire-dinanimismo/
Dinanimismo: non un movimento di appartenenza ma un orizzonte critico
Nota redazionale – 2 gennaio 2026


Dopo la pubblicazione del primo Manifesto dinanimista, la nascita di un “movimento” fu quasi automatica. Era anche una necessità strutturale: avendo una vocazione prevalentemente online, i principi del Dinanimismo avevano bisogno di un nome e di uno spazio virtuale per circolare, farsi riconoscere e diventare realmente inclusivi. La critica, quasi naturalmente, lo ha subito battezzato come movimento.
Tuttavia, fin dalle origini, il Dinanimismo non è mai stato pensato come luogo di appartenenza o sigla identitaria, ma come orizzonte critico e postura etica del dire. La sua prospettiva mette al centro una poesia e un’arte che agiscono nel reale — nel senso del “fare anima” di Hillman — opponendosi alla liquidità e alla superficialità della società odierna, come descritto da Bauman. Al tempo stesso promuove una responsabilità del linguaggio inteso, con Meschonnic, come pratica che costruisce realtà e relazioni. Non una bandiera, dunque, ma un campo aperto di riflessione e di coscienza poetica.






