2019 ODISSEA NELLA PAROLA nel nuovo libro di Zairo Ferrante Recensione di Roby Guerra da:


ZAIRO FERRANTE: ITACA, PENELOPE E I MAIALI. Piccola odissea contemporanea di sogni, di amori e di barbarie
(EDIZIONI IL FOGLIO, 2019)
Per le prestigiose Edizioni Il Foglio ( per la poesia, editrice storica tra le più rivelanti come per la stessa rivista Il Foglio Letterario) , a cura di Fabio Strinati, nuova produzione poetica e di vertice, sia editoriale che letteraria, per Zairo Ferrante.
Prefazione brillante e intrigante di Michela Zanarella:
” …è un viaggio omerico moderno quello di Ferrante: Da Polifemo a Argo, dalle Sirene ad Eumeo, il suo è un percorso di esplorazione dell’esistenza e dell’umanità….”.
Ferrante, originario di Salerno, d’adozione ferrarese (laurea in Medicina e lavora al Sant’Anna), si è cimentato in una sperimentazione linguistica ardita con esiti intensi, visionari e di Parola assolutamente persuasivi, con lo stesso L. Mazzoni (in altra cifra…narrativa), dopo questo libro ai vertici stessi per come dire… di Ferrara in Italia, in ambito letterario.
Opera coraggiosa, perchè in tempi liquidi anche per la poesia contemporanea (non a caso una bellissima citazione di Z. Bauman tra le pagine), soprattutto manierismo, retorico poetare, deludenti sperimentalismi -altrove- sopravvalutazioni delle varie caste letterarie, a Ferrara come in Italia, in particolare un presentismo (invero già da fine secolo) incomparabile con la grande poesia e letteratura del grande passato fino soprattutto al primo novecento d’avanguardia o postromantico, optare per una sorta di riformatizzazione o download dell’Itaca di Omero non è neppure… un banale e pilotato premio letterario, per intenderci.
Fatte le dovute proporzioni e incommensurabili differenze di medium, per la poesia ora Ferrante ha fatto in certo senso quel che Kubrick ha fatto con il celeberrimo 2001 Odissea nello Spazio – o più circoscritto, a suo tempo, la Rai storica in bianco e nero con la sua versione telefilmica – di Itaca, Ulisse, Polifemo, la maga Circe ecc. che ha educato milioni di italiani sottoacculturati.
Nel suo versificare, non caso anche sperimentale con puntuali deliziosi witz sempre sorprendenti e imprevedibili su un hardware strettamente lirico e-o verso libero, Ferrante ha distillato infatti una nuova versione di uno dei capolavori eterni di Omero, insufflandola di futuro.
Il Dna letterario è quello futuro anteriore, il registro di sistema un bit-verso senza computer, tutti i protagonisti “classici” sembrano cloni più umani degli umani alla luce della perigliosa attuale condizione umana e mutazione sociale in divenire.
Itaca non è solo l’Isola che non esiste, ma una colonia spaziale futuribile o una geopolitica terrestre di un futuro desiderante, quando la parola Civiltà sarà condivisa a livello planetario e non vuote vocali e consonanti mai o poco colorate; Ulisse non solo archetipo dell’eroe esploratore in esilio forzato o ambiguo, ma umano troppo umano e amante felice della maga Circe e anche di Nausica: quest’ultime, rispettivamente una Sirena quasi a Manatthan e Circe una scienziata maliziosa che giustamente trasforma gli uomini in maiali come provvisorio processo per farli evolvere.
Penelope… una Regina democratica che tesse la tela non nell’attesa solo di Ulisse, ma come anticipazione del futuro. E così via…
L’opera di Zairo Ferrante, coerentissimo con l’astronave letteraria che ha lanciato alcuni anni fa, il cosiddetto Dinanimismo, oltre al fare bellezza con volontà di poesia in sé, a fare anima di Hillmaniana ancora recente data memory… ed innestare la poesia nell’era informatica, si sviluppa con una seconda linea parallela squisitamente metasociale se non metapolitica:
i maiali, come nella terza parte del titolo, sono davvero tutti gli umanoidi ancora pitecantropici che congelano sempre l’umanità in tutte le stanze dei bottoni del Potere invisibile (web incluso) che de-genera il mondo e il futuro.
Doppia modulazione simultanea e neo-utopica, come trasparente nella postilla narrante di Ferrante stesso: “La mia Itaca, la mia Utopia”…
Singolare, infine e avantgarde pura originaria e virtuosa, periodici Spazi di riflessioni per il Lettore, “inclusi” tra i diversi movimenti della narrazione, Itaca e Omero… è sempre un’opera aperta atemporale e aspaziale.
“Itaca, Penelope e i maiali” di Zairo Ferrante (Ed. Il Foglio 2019) Impressioni di lettura del poeta argentino Carlo Sanchez
“Itaca, Penelope e i maiali”…. Molto interessante partire della culla della nostra cultura occidentale, per guardare il presente.
Omero, la mitologia, i due mostri del mare di Messina, Circe, Ulisse e la sua amata Itaca. Una visione senza iphone, ipad, senza telefonino e i futili oggetti del consumismo. Una chiamata al branco, ai maiali (uomini tutti uguali) in una società che ha dimenticato la sua storia, il suo passato.
Grandi momenti lirici, che ci introducono nel dramma del presente che stiamo vivendo.
Siamo anche noi Ulisse, forse con Penelope un tanto stanca di disfare la tela.
E poi Itaca, La bellezza (non posso non pensare a Kavafis).
“ Se semplicemente fossi” un altro, ti direi che lo spazio per il lettore è aperto in tutto il libro, che l’amore forse ci salverà (non sono sicuro).
“E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso, Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare (…da “Itaca” di Kavafis)”.
*Nota Ricevuta direttamente dal Poeta Carlos Sanchez
Il Poeta Beppe Costa dalle pagine del suo blog personale “Beppe Costa Blog” Recensione di “Come Polvere di Cassetti… mentre gli Angeli danzano per l’Universo”


Accade a volte che il poeta senta su di sé i dolori altrui, tanti.
Qualche volta, più raramente, ai giorni nostri, accade che chi scrive, nello scrivere, senta i propri anni moltiplicarsi così tanto, da credersi, malgrado giovanissimo, già vecchio, piuttosto stanco e, soprattutto, stracolmo di ricordi.
Accade, ancora più raramente oggi, che chi scrive abbia frequentato e frequenti le scritture di altri che lo hanno appassionato, sentendo addosso quei dolori descritti, sempre eguali eppure sempre diversi, raccolti nel corso degli anni, dei secoli e di tempi senza tempo.
Proprio questa sarebbe, o è, almeno per me, il raggiungimento finale del poeta, malgrado lo stesso non se ne renda mai conto, non sarà mai consapevole di ciò che negli anni non è toccato a lui, ma all’intera umanità. Per questo ne è profondamente toccato e, talora, anche ferito.
Questa “polvere” racchiude non solo la vita o le vite dell’autore “Zairo” ma la complessità e la voglia di essere “solo uno e soffrire come tanti”, per questo forse si occupa di un sogno, in questo mondo di poeti distratti più di altri, da ciò che ci circonda: così fonda il DinAmismo, movimento artistico rivoluzionario (per quanto questo termine abbia perso ormai senso), cercando con i mezzi moderni della rete di avvicinare e avvicinarsi quanto più all’arte, soprattutto poetica, sopraffatta da una infinità di blog, premi, editori senza scrupoli e con l’assenza quasi totale di libri o di scaffali nelle case e la dissoluzione di molte librerie storiche (normale che i primi a sparire da questi ‘territori’ siano proprio i libri di poesie).
Forse perché sono tanti in rete non occorre consumare altri spazi?
Come una apparente ricerca di angeli, divinità o di un Dio perfetto le poesie raccolte inCome polvere di cassetti, al contrario cercano l’umano, il contatto, la carne e l’essere di ciascuno.
Una proposta che prosegue la ricerca fra divino e umano in continua contrapposizione, ci si chiede a ogni pagina, dove il verso essenziale da un ritmo non scontato ai passi della propria vita, carichi di buche, di tensioni e, credo bene, per il lavoro scelto, di dolori ben visibili cui forse la parola divina o umana che sia non arriverà mai a dare un senso. Quel dio invocato diviene il ‘medico’ di se stesso.
Proprio qui troviamo l’autore, nelle poesie che diventano stanze, negli spazi che occupa, più che in quelle che mette a disposizione di altri. Qui, dove ogni pagina è memoria, rivolta o consolazione, scava e continuerà, ne sono certo, a scavare, (prova già a farlo nell’ultima parte del libro) fino a trovare quella dimensione umana che lo renderà meno saggio mentre proverà a ringiovanire. Ma, sicuramente altri errori e altra polvere coprirà gli spazi che occupa augurandogli di lasciare sempre in disordine e colma di fogli almeno la scrivania dove, mentre leggo, mi appare che scrive di sé, degli altri – anche di me – intanto gli angeli (troppo distratti) danzano, malgrado tutto, per l’Universo.
b.c.
Riporto le parole conclusive della prefazione di Michele Zanarella
Diventa un grazie sincero e spontaneo, un grazie alla vita che il poeta ama, accoglie, onora ed elogia. Nel rispetto, nell’umiltà, con amore Zairo Ferrante si affida alla poesia e indossa ali che lo portano in alto, tra parole ben calibrate e di spessore, pronte a mettere radice nel DinAnimismo, il suo movimento poetico-artistico-rivoluzionario delle anime, ufficialmente riconosciuto come avanguardia da una parte della critica letteraria.
alcune poesie tratte dal libro:
Apparenza
L’ora si restringe
e si trascina dietro
anche la luce.
Nel tempo in cui
la morte spadroneggia.
E non è disperazione
ma riposo, quello
che s’addormenta
di questi tempi.
E pur la morte
è viva nel
miracolo della natura.
Tra fucsia crisantemi
che fioriscono dal nulla
e luci di piccole
fiammelle che
squarciano la notte
come fuochi di camini.
E pure la tristezza
che s’avanza dentro al petto,
anch’essa si fa falsa,
quand’in torno
tutt’è Vita
che si nutre di silenzio,
oro vivo che s’insinua
respirato nei polmoni
a portare aria al cuore.
A mia Mamma
Mentre il sole stanco s’accascia
in un letto adorno di soffice rosso
ed il ferro, che divide la strada
dal verde sfinito dall’estate
trascorsa come una mela divisa,
scricchiola alla luce del vespro
raffreddato dalla sera ch’avanza
lanciando il suo vento sfiancato.
E mentre la luna pone ricurva
la sua gobba a ponente come
questa striscia consumata d’asfalto,
percorsa da me che addosso mi porto,
afflitto, un peso che a volte di colpo
si gonfia e diventa sottile dolore
d’ossa, e di pelle, e di cuore coperto
dal volo insensato e sbagliato di un
gabbiano impazzito che vaga in pianura.
Tu, ancora rinasci, e pur stanca lo sei
ma certo non dormi e combatti e scricchioli,
forse, ma senza rumore e senza sfinirti o
sfiancarti; eppure ti porti il mio e il tuo,
sommati, peso e fardello e mai pronunci
la mia stessa parola – dolore – avendola
trasformata col suono festoso di quattro
lettere, in fila indiana, che formano – dono -.
Come quello che Dio addosso t’accatta
quando, dolce, il tuo labbro si apre.
E che io e gli altri, passanti sperduti,
umanamente chiamiamo sorriso.
(18 agosto 2013)
E parlo a Dio
E parlo a Dio,
che forse Lui m’ascolta quando
in solitaria compagnia muoio nel mio orto.
Lui è risorto, s’è fatto Uomo.
E io…
che uomo già lo sono,
mi faccio dio
parlando un po’ con Lui
per non esser corpo morto.
E parlo a Dio, e così risorgo
anch’io.
Che piccolo come
seme giallo e perso
m’abbandono nell’immenso
della terra per buttare
le radici a non sentirmi
pianta morta
prima del mio nascere.
E parlo a Dio, e così prego
anch’io.
Quando Lui m’ascolta
e nella non risposta
mi risponde
tramite me stesso.
E così anch’io,
senza miracolo
che non sia Vita,
per un poco sento Dio.
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– Critico letterario EMILIO DIEDO – Literary -: estratto dalla recensione di “Come polvere di Cassetti mentre gli Angeli danzano per l’universo” ( David and Matthaus ed. 2015 ) …
Florilegio, questo, nello specifico, i cui fondamentali mattoni, struttura portante della poesia, non sono altro che “pensieri” e “speranze”. Così definisce i suoi versi, con convinta modestia, Zairo. È da qui, da un’umiltà di base, contrapposta ad un’urlata presunzione tipica di tanti, troppi autoproclamati ‘vati’, che, in un intento di defilata implosione, in realtà esplode l’autentico spettacolo pirotecnico della parola. Di quella parola eloquente guardiana del pensiero. La quale si fa schiava dei buoni proponimenti, della bontà, dell’amore… della sottomissione. Non il contrario. «La poesia si confonde con la preghiera e diventa intimo dialogo con gli “angeli”, esseri divini, sempre attenti e vicini alle faccende umane, dispensatori di valori positivi» (dalla 1^ patella). Ed è proprio con tale mentalità che il poeta, inconsapevolmente quanto meritevolmente s’eleva a vate. Vate autentico, non gonfio di presunzione, operatore di fede e di giustizia quindi, parte attiva dell’umanità in «un momento […] in cui si sente il bisogno di aprire i cassetti chiusi da anni e iniziare a sistemare ciò che […], in modo confuso e casuale, era stato riposto.[…] Tratto da Literary.it






