Nata a Cittadella (PD), Michela Zanarella è poeta, giornalista e autrice, da anni attiva nel panorama letterario e culturale italiano e internazionale. Vive e lavora a Roma e ha pubblicato numerose raccolte di poesia, narrativa e testi per il teatro, molte delle quali tradotte in diverse lingue. Accanto alla scrittura svolge un’intensa attività culturale e istituzionale, legata al dialogo euro-mediterraneo e alla promozione della cultura. In questa conversazione affronta il rapporto tra poesia e intelligenze artificiali, il ruolo dell’io poetico tra esperienza individuale e sguardo collettivo, e il valore della memoria come fondamento della parola. Le sue risposte si collocano in dialogo con l’orizzonte del Dinanimismo, che concepisce la poesia come pratica viva e responsabile, non separata dal mondo, in cui la parola diventa azione nel reale. Ne emerge una visione del poeta e dell’artista come figure chiamate ad assumere un impegno civile e sociale, capaci di trasformare l’esperienza individuale in coscienza condivisa.


1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?
Credo possa esserci una convivenza accettabile tra la poesia e l’intelligenza artificiale. Dipende dalla saggezza, dall’uso equilibrato che l’individuo ne fa, come in ogni contesto. Il poeta ha il compito di vigilare e valutare le nuove tecnologie come opportunità per migliorare la propria scrittura.
Sicuramente l’intelligenza artificiale è in grado di supportare chi scrive attraverso suggerimenti e intuizioni veloci. Ci sono comunque dei limiti del sistema. Il poeta ha un’anima, dei sentimenti, uno stile riconoscibile che nessuno può sostituire. L’unicità sta nella forza della parola, nella continua ricerca. Il poeta è un abile osservatore del proprio tempo e ciò che lo spinge a scrivere è determinato da una raffinata sensibilità. L’AI si basa sull’emulazione di situazioni già pensate e proposte in base ad algoritmi. È quasi un’operazione algebrica, ma non c’è una precisione tale da garantire certezza.
2. Nella poesia contemporanea l’io poetico è spesso chiamato a scegliere tra esposizione di sé e sguardo sulla realtà: nella tua esperienza, la poesia è più uno spazio di descrizione dell’io o di osservazione critica del mondo — o può tenere insieme entrambe le dimensioni?
Direi entrambe. La poesia parte da una visione diretta del poeta, la sua voce si espande verso il mondo assumendo un valore universale. Il mondo personale si trasforma in mondo collettivo, il canto di un singolo diventa coro. Le esperienze vissute possono diventare il filtro di ciò che avviene nella realtà di molti.
Ecco che la poesia assume anche un ruolo civile, racconta l’esistenza, le gioie e le ombre dell’umanità. Spesso il poeta viene frainteso, perché sembra esibire sé stesso attraverso la parola.
Ma il suo è uno spingere l’io altrove, in modo da far emergere pensiero, riflessione, critica.
3. Nel tuo libro Recupero dell’essenziale la memoria assume un ruolo centrale: quanto èimportante, per la produzione poetica, restare collegati alla memoria individuale e collettiva, e quale rischio corre la poesia quando questo legame si indebolisce?
La memoria è un elemento fondamentale per maturare un pensiero consapevole. È necessario fare riferimento al passato per non dimenticare chi siamo. Le nostre origini sono il frutto di sedimenti di esperienze. I legami, gli affetti sono le fondamenta della nostra identità.
Quando questi elementi mancano la poesia perde la sua forza. Abbiamo bisogno di sentire in profondità, di sfiorare l’invisibile, di recuperare il contatto con la natura e il cosmo, perché ne siamo parte.
Siamo energia e la memoria ce lo ricorda.
✍️Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
ℹ️Info Michela Zanarella: Sito Ufficiale di Michela Zanarella











