Prosegue il ciclo di dialoghi del format “Tre domande dal Dinanimismo”, uno spazio di confronto con poeti e poetesse della contemporaneità intorno a tre questioni che oggi attraversano in modo sempre più evidente il campo poetico: il rapporto tra linguaggio umano e intelligenza artificiale, la possibilità che la poesia continui ad agire nel reale e la responsabilità etica della parola poetica.

In questa intervista risponde Emanuela Mannino, nata a Palermo nel 1976, docente di scuola primaria, laureata in Psicologia e in Scienze della Formazione Primaria. La sua scrittura si sviluppa tra poesia e narrativa breve, mantenendo al centro una riflessione costante sul rapporto tra parola, esperienza e conoscenza. Ha pubblicato con Ensemble la raccolta poetica Sole Ribelle – Versi di bellezza e di resistenza (2020), che raccoglie testi scritti nell’arco di circa trent’anni, e successivamente la silloge Eppure (Controluna, 2022), oggetto di attenzione critica da parte di Mario Fresa, Guglielmo Peralta e Gabriella Maggio. Accanto alla produzione poetica, ha pubblicato racconti in diverse antologie collettive, tra cui Congiunti (Ensemble, 2020), il progetto narrativo Tina – Storie della Grande Estinzione (Aguaplano, 2020) e l’antologia Cartoline dalla Sicilia (L’Erudita, 2023).

Nel dialogo che segue emerge una posizione fortemente ancorata alla dimensione vissuta della poesia: la parola poetica come esperienza incarnata, come ascolto dell’interiorità e come responsabilità etica del dire. Di fronte alla crescente presenza delle tecnologie artificiali, Mannino insiste sulla differenza tra l’elaborazione tecnica del linguaggio e la complessità dell’esperienza umana, sottolineando il ruolo insostituibile della coscienza, della memoria e dell’inconscio nella genesi della parola poetica.

Letta alla luce dell’orizzonte critico del Dinanimismo, la sua riflessione si inserisce in una domanda più ampia che oggi attraversa la poesia contemporanea: non soltanto cosa sia la poesia, ma quando e come essa riesca realmente ad agire nel reale. È proprio su questo terreno che si colloca il criterio dinanimista dell’azione poetica nel reale, articolato negli assi di necessità, attrito, trasformazione, rischio e durata: non una definizione prescrittiva della poesia, ma un tentativo di osservare le condizioni attraverso cui la parola poetica può incidere nell’esperienza del lettore e nel tempo storico.

L’intervista con Emanuela Mannino si colloca così dentro questo spazio di confronto: una riflessione sulla poesia come esperienza autentica e come responsabilità del linguaggio, che entra in dialogo con la domanda centrale del nostro tempo — se e in che modo la poesia possa ancora essere azione viva nel mondo.


1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?

La questione poesia versus intelligenza artificiale che genera poesia è un tema attuale cocente per chi ama la poesia e non solo; lo è anche per chi si occupa a più livelli del tema della conoscenza come prodotto di esperienze umane incluse le “esperienze” interattive basate sulla tecnologia.

La domanda che mi poni, ovvero come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità, mi obbliga a soffermarmi su due livelli argomentativi: un livello tecnico, di analisi del testo poetico, del periodo, con i suoi elementi formali strutturali, e un livello tematico, di contenuto.

Ora, se l’Intelligenza Artificiale è predisposta dall’uomo, come macchina di addestramento e di utilizzo di contenitori di parole, frasi, temi ricorrenti, similitudini e differenze di significato, l’essere umano come anima e corpo e non come automa, genera esperienze infinite che sfuggono alla programmazione tecnologica e a qualsiasi forma di manipolazione umana del pensiero. Sono esperienze conscie e (attenzione) inconscie. E l’inconscio è fuori campo IA: l’umano può apprendere a svelarlo.

L’intelligenza artificiale prende a prestito esperienze umane, prodotti letterari, versi e strofe, risale ad articoli (tramite link) di rimando alla poetica di un autore, per dedurre il pensiero di un poeta, con largo margine di errore, banalità, incompiutezza. È una macchina umanizzata che non può arrivare ad esplorare con precisione la complessità emotiva del sentire umano e di una specifica persona.

Io stessa ho fatto delle prove, inserendo il mio nome e cognome in Google con l’aggettivo “poetessa” e IA mi ha fornito informazioni solo in parte veritiere sulla mia produzione letteraria e pensieri simil critici (copia e incolla di frasi di articoli che mi riguardano). Comedatabase poetico, IA, può essere un punto di partenza per la ricerca di fonti (richiamato dal simbolo graffetta). Ho anche inserito dei versi di una mia poesia tratta da “Movimenti” e IA ha generato errori di attribuzione di genere letterario e di anno di pubblicazione (“Nessuno si salva mai intero” è un romanzo (n.d.r : !?) di Emanuela Mannino, pubblicato nel 2023 (n.d.r:!).

Sappiamo che IA può generare errori, ce lo dice essa stessa in calce ai risultati. IA è troppo letterale e tecnica, al contempo troppo generica. Genera imprecisioni e pensieri spesso molto distanti dal fruitore in atto.

Sappiamo che chi studia dovrebbe avere la predisposizione a utilizzare correttamente le fonti.

Sappiamo che sarebbe bello utilizzare fonti pertinenti per le nostre conoscenze. C’è quindi un “problema” implicito di metodo di ricerca, che non sto qui ad argomentare e che è sempre esistito: un buono studioso non si accontenta delle prime informazioni lette.

Ma andiamo a IA come generatore di poesia. È possibile scrivere poesie con IA? Certamente, e sono anche delle poesie apprezzabili ma non sono poesie dirette, “sincere”, non provengono da un’anima umana che crea versi a partire dalla propria esperienza umana. È come una truffa: truffa ideativa.

A meno che, penso a chi è alle prime armi con la poesia, non voglia giocare a creare versi per trarre dal testo artificiale spunti creativi, senza fare puro “copia e incolla”. Ma anche questo, può allontanare l’uomo da sé stesso, se non viene fatto in modo accurato e solo come primo avvio di elaborazione.

Il linguaggio poetico può coesistere con l’IA solo come analisi testuale quando ponderata. E per ponderare e discernere tra errore e correttezza, tra incompletezza ed esaustività, ci vuole pur sempre una mente umana abituata a riflettere, analizzando, scremando, parametrando, rielaborando…Cosa che IA non può fare in modo esatto. E l’esattezza è data dalla corrispondenza tra il letto e il vissuto di fatto e il vissuto potenziale. IA non può arrivare a intuire l’esatto sentire poetico, inafferrabile, mutevole, contraddittorio, indefinito, infinito… L’umano è infinito, la tecnologia ha dei limiti, seppure abbia raggiunto notevoli progressi (prodotti dall’uomo).

IA può suggerire parole, temi, sensazioni…L’uomo può e dovrebbe ascoltare, in primis, sé stesso e decidere cosa farne di queste suggestioni artificiali.

C’è chi è analfabeta funzionale, c’è chi è analfabeta di poesie o matricola poetica. C’è chi immette su IA dei propri versi per analizzare il proprio stile e farsi un’idea, per capire se proporsi o meno al pubblico. È un percorso rischioso ma utile se portato avanti con una certa dose di riserva di pensiero, solo come spunto, a titolo di esempio “critico”. I libri cartacei di critica letteraria e i manuali di scrittura poetica, dovrebbero essere il complemento necessario per la crescita poetica (non so, se esistano già libri digitali di tal tipo “contaminati” dalla scrittura copia e incolla imprecisa generata da IA)

Tre considerazioni finali:

a) IA, arma di conoscenza imperfetta e potenzialmente dannosa, può solo in parte avviare a frammenti di conoscenza. Sarebbe più utile ricercare direttamente dagli umani cosa abbiano da dire sui poeti e sulla poesia, piuttosto che chiedere ad AI.

b) Penso a Chat GPT, come sistema di ricerca artificiale a pagamento per ottenere migliori risultati: ho detto tutto…

c)Sicuramente la risposta a questa prima domanda, Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?

sarà assorbita da IA…e riproposta agli utenti in più modi più o meno completi. Mi auguro essa possa servire da spunto critico per pensare ulteriormente con la propria testa e soprattutto con l’Anima. C’è bisogno di anime pensanti, non di surrogati di anime pensanti, programmati dall’Uomo. Dobbiamo difendere la libertà di pensiero come percorso di cura della mente umana e del sentire emotivo umano.

2. In un tuo recente post pubblicato su Facebook metti a fuoco una frattura evidente tra visibilità, consenso e valore reale dei testi, mostrando come il riconoscimento segua spesso logiche amicali ed editoriali più che criteri propriamente poetici.

Alla luce di questo, pensi che la poesia possa ancora agire nel reale, oppure il suo effetto oggi si produce soprattutto in zone marginali, non garantite, lontane dai circuiti di legittimazione?

Credo che la poesia di qualità, quella oggettivamente valida per un minimo di fondamenta strutturali stilistiche, adeguatamente espresse, quella portatrice di temi icastici poetici, interessanti, originali, possa ancora agire nel reale, sia in zone marginali che in zone più ampie, aree social comprese.

Per me, la poesia r-esiste e resisterà sempre, al rischio della deriva di senso, all’indifferenza strategica, alle nicchie ego riferite, alla vanità umana, al di là dei criteri di legittimazione mediatici, e al di là del poetichese (secondo la definizione tratta dalla Treccani: s. m. (iron.) Lo stile dilettantistico e velleitario di molti giovani aspiranti poeti.  Il dato più rilevante di questi giovani è l’impronta narrativa contrapposta alla poeticità. Il poetichese, parodia della poeticità, che affligge tanta poesia giovane, (Enzo Golino, Repubblica, 24 marzo 2005, p. 57, Cultura).

Un poetichese che estenderei al di là dell’età cronologica o poetica dell’autore, e che diviene poeticismo povero, talvolta soggetto a logiche identitarie, narcisistiche e di mercato.

La poesia può ancora agire nel reale, se amata. Quando la si legga molto, in più forme, da più fonti, quando la si studi, la si mediti, lentamente…Quando la si scriva come esigenza autentica, urgenza di esprimere al mondo parti di sé e di mondo percepito e vissuto, rispetto al lettore sconosciuto, possibile, noto, se non auspicato, per entrare in relazione di senso con l’Altro.

Quando la si promuova, quella seria, quella onesta che non giochi con gli effetti, con le suggestioni di ritorno dei lettori. La poesia agisce per incisione di senso autentico e di linguaggio potente. La poesia agisce per chiarezza, per ombre, talvolta anche nelle sue declinazioni più oscure, qualora offra ai lettori canali complementari di spunti interpretativi, fermo restando – ad ogni modo – la libertà interpretativa personale. La poesia, agisce, fuori dai Concorsi letterari, proprio quando viene volontariamente esclusa, poco considerata, perché scomoda. Agisce al di là dei vincitori dei Concorsi, senza voler entrare nel merito delle scelte insindacabili dei giudici letterari, quando ti imbatti in un testo di un autore o di un’autrice più o meno noti se non sconosciuti, e ti senti travolgere nel petto, come una sensazione di richiamo mistico d’anima, di senso svelato, di riconoscimento di parti di esistenza note o idealizzate. La poesia, va. E nessun tentativo umano di contenerla, definirla in modo manipolatorio, potrà mai funzionare. Come si può fermare lo Spirito umano puro e nobile? Come si può afferrare totalmente il Mistero della Vita?

3. Da poetessa, che responsabilità senti oggi nel tuo modo di scrivere: limitarti a custodire un’esperienza autentica del linguaggio, oppure assumere consapevolmente una postura che esponga la parola al rischio dell’incontro, del conflitto, dell’incomprensione?

Per come, credo, di essere strutturata io, nel mio custodire un’esperienza autentica del linguaggio, tengo conto anche della postura che esponga la parola al rischio dell’incontro, del conflitto, dell’incomprensione. Vivo di scrittura autentica nella misura in cui lascio spazio – anche – al contradditorio, alla negazione, come apertura al possibile, alla coesistenza degli opposti, come trasfigurazione di senso parzialmente svelato. La poesia, come continuum vitale, in più periodi di vita, nel tempo, attraverso un percorso variegato di pubblicazioni personali, assume la postura consapevole dell’esserci senza catene di canoni, aspettative critiche, comportamenti social auspicabili, appartenenze definitorie. L’essere umano è contraddittorio per natura, in molti aspetti. E perciò, potenzialmente libero.

Come può, la poesia, pretendere di essere sempre compresa, accolta, amata? Impossibile. È il rischio del comunicare al mondo parti sé e di mondo.  E’ una responsabilità che ho imparato a vivere con leggerezza e serietà al contempo: scrivo ciò che sento e sino al punto che decido di esprimere, uso la parola con verità, senza giocare con suoni o significati per produrre effetti speciali lontani dal mio mondo interiore, non li cerco neppure gli effetti speciali, lascio che sia la poesia a trovarmi e a venir fuori ponendomi in ascolto, sofferto, umile, arduo con il mio accadimento, immersa nel mondo; talvolta mi sorprende ciò che scrivo, ne sorrido, gioisco oppure non sono d’accordo con me stessa, mi cancello. C’è una responsabilità etica del dire poetico, non si può giocare con la Vita. È inutile, offensivo e controproducente. Si può prendere la poesia con le sue contraddizioni, con serietà e con leggerezza quando la si viva con coraggio, nelle sue contraddizioni e nelle sue zone di approdo portuale, provando a destrutturare il mito del Poeta, del Super Uomo, forse insiti inconsciamente, o consciamente, per essere semplicemente ciò che si può arrivare ad essere, umanità imperfetta alla ricerca di Senso e di evoluzione esistenziale, con pause e di silenzio e di ignoto, e di vuoto.

Per fare tutto questo, credo bisogni combattere con i propri mostri interiori, come la sensazione di non essere riconosciuti, di non essere adeguatamente valorizzati. Una sensazione tipicamente umana, atavica, che non sempre nasce dal sentirsi in competizione negativa col mondo poetico, tutt’altro, ma dall’”ansia” del non riuscire a trovare contatti profondi con la poesia anelata, quindi con parti di sé: la poesia è metafora di esistenza. Credo sia “poetico” oltre che umano, vivere la poesia autentica con una certa dose di apprensione etica, nel cercare di restare umili e di non snaturare la propria parola poetica.

Palermo, 15 marzo 2026                                                                    

Emanuela Mannino


✍️Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.

ℹ️Info Emanuela Mannino: https://finestrelama.blogspot.com/search?q=emanuela+mannino

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