Nato a Novi Ligure, Mauro Ferrari è poeta, saggista e direttore editoriale di puntoacapo Editrice. Autore di numerose raccolte poetiche – tra cui Il bene della vista, La spira, Seracchi e morene – e di saggi di poetica come Civiltà della poesia, è una delle voci più autorevoli del panorama contemporaneo. La rivista Atelier gli ha dedicato un numero monografico; è incluso nella monografia sulla poesia italiana contemporanea della rivista francese Po&sie e nell’Atlante dei Poeti dell’Università di Bologna. Fondatore e direttore di riviste e almanacchi, traduttore e anglista, Ferrari coniuga da sempre pratica poetica e riflessione teorica sul linguaggio.

In questa conversazione affronta il nodo poesia–intelligenza artificiale con grande profondità, riconoscendo all’IA una capacità già oggi sorprendente di produrre testi “creativi”, ma riportando la questione al punto decisivo: l’assenza di corpo ed esperienza. La sua non è una difesa nostalgica, bensì una riaffermazione radicale del fondamento incarnato della parola. La poesia, per Ferrari, nasce dall’esistenza vissuta, dalla carne e dal tempo; senza questa radice, il linguaggio perde la propria autenticità. In questo senso, il dialogo con il Dinanimismo non si fonda su una contrapposizione, ma su una convergenza essenziale: senza corpo, sentimento ed esperienza non esiste parola viva. La poesia resta così chiamata a “trasformare la vista in visione”, opponendo alla comunicazione rapida una conoscenza profonda del mondo e di noi stessi, e riaffermando il proprio ruolo etico e cognitivo nel presente.


1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?

Una risposta molto banale, e tutto sommato serenamente disperata, sarebbe che non può. Del resto, ci stiamo chiedendo se (o quando) l’intelligenza artificiale, o una sua evoluzione, acquisirà coscienza, ben sapendo che, come tale, la coscienza umana non è nemmeno definibile, né in termini medici (cioè scientifici) né in termini filosofici (cioè umanistici). La scienza non sa dire cosa è che ci fa dire Io, che ci fa “sapere” di essere qui e ora”; la filosofia, invece, come pensiero libero di vagare e sondare, formula ipotesi che sembrano tanto le elucubrazioni sulle gerarchie angeliche. Quindi, l’intelligenza artificiale – evoluzione concreta del concetto di “macchine”, tanto caro alla fantascienza – potrebbe persino avere già “acquisito una coscienza” diversissima dalla nostra idea. Del resto, la sua autonomia decisionale cresce ogni giorno di più, come sa chi la utilizza per fini anche creativi.

Cosa manca? Le (gli?) manca un corpo, un mezzo per diventare fisicamente operativa e quindi indipendente. Certo, abbiamo già automi sofisticatissimi (molto più di quanto sia a nostra conoscenza, suppongo), e quindi anche da questo punto di vista il discorso è molto provvisorio. Se invece intendiamo un corpo di carne, cioè umano, o ci spostiamo nel regno (per ora) della fantascienza, possiamo dire che al momento è questa la differenza per ora incolmabile.

Come si vede, abbondano i “per ora”, ma se vogliamo un “linguaggio poetico umano”, cioè “autentico”, che ritenga la propria specificità, dobbiamo rifarci al corpo, alla nostra esistenza fisica, esperienziale. L’IA può assemblare, persino genialmente, materiali presi dalla rete (per ora solo quelli), ma non può creare una vera esperienza umana originale e originaria. Chiaro che il termine chiave qui è “umana”. A livello puramente compilativo, il risultato sarà invece assolutamente non distinguibile da una genuina ricerca creativa. Questo è per ora un punto chiave, mi pare.

Nella situazione attuale della poesia (italiana, ma credo non solo), non c’è da stare allegri: può darsi che in un futuro non troppo lontano (mesi più che anni) la letteratura cambi profondamente, e si evolva nella capacità di immettere istruzioni per ottenere testi man mano più perfetti; testi che richiedono sequenze di approssimazioni ed editing sempre più raffinate per ottenere il risultato voluto.

Ma a questo punto avrà ancora senso produrre così testi che comunque devono essere “personali”? Non si tratta di una evoluzione alla macchina da scrivere o al computer, perché questi non producono testi su istruzione: sarà un percorso che metterà in crisi l’idea che la letteratura, e massime la poesia, è la più alta forma di espressione personale e creativa, unica perché utilizza una semantica di segni che rimandano a cose e idee.

Nell’epoca dei social e della comunicazione rapida e immediata, può avere ancora senso una poesia che si contrae, si chiude e resiste alla semplificazione, lungo una linea che richiama la lezione di Theodor W. Adorno?

L’uso e l’abuso dei social, che sono un mezzo per espandere la sfera di influenza dell’Io in un’epoca di spettacolarizzazione e di case di vetro (dietro cui comunque non si percepisce il disagio che c’è) è una costante del nostro tempo. Si mette in mostra se stessi o, meglio, il poco che c’è, quasi come in un bazar dei poveri. Preciso che la mia non è una demonizzazione o, peggio, una laudatio temporis acti: non c’è mai stato un periodo “migliore”, in cui la società fosse più coesa e “felice”: viviamo (e l’ho scritto in una poesia del Bene della vista) nel “migliore degli inferni possibili”, ed è stupido pensare che un qualche passato (non utopico) fosse migliore. Semplicemente adesso il male ontologicamente insito nell’uomo – o, meglio, nell’agire umano – è più visibile, e i social svolgono anche una funzione consolatoria (di cui spesso non si è consci), una tecnologia del sé, per citare Foucault.

La “comunicazione rapida e immediata” di cui scrivi nella domanda, spesso è superficiale, consolatoria, frammentaria: il contrario di ciò che la (buona) poesia dovrebbe fare – e spesso fa. La poesia dovrebbe essere il contrario: deve andare nel profondo (Al fondo delle cose, mi ri-cito visto che da sempre lavoro su questi concetti); non dovrebbe consolare ma anzi porci di fronte alla “desolazione della realtà (Yeats). Anche nel suo statuto di frammento di illuminazione, dovrebbe puntare a una visione globale, unificante. Proprio per questo oggi sarebbe uno strumento insostituibile, un valido contrappeso. Dico “dovrebbe” perché, oggettivamente, la battaglia è impari e molto più difficile che in passato: la moneta cattiva scaccia sempre la buona, purtroppo.

3. Se la funzione della poesia non è “farci percepire il significato” ma produrre una visione, nel senso indicato da Viktor Šklovskij, in che modo oggi la parola poetica può ancora mostrarci il mondo in una forma diversa rispetto a quella proposta dal linguaggio quotidiano?  

In parte la risposta è contenuta nella precedente. Il linguaggio quotidiano, cioè quello “normale” – per inciso zeppo di ripetizioni, errori, insulsaggini sia a livello tematico che stilistico – è quello che usiamo nel mondo reale, in cui le cose si evolvono e passano, le parole si dimenticano e annichiliscono. La lingua parlata rappresenta il divenire, insomma. Le parole scritte manent, invece, e la letteratura ha proprio questa funzione, puntando a costruire un monumento più perenne del bronzo. Ho detto “puntando”: infatti solo una minima parte di ciò che aspira a diventare letteratura resta davvero nel tempo. Ma la poesia – che, non per fare mistica, è la forma letteraria più adatta a restare nel tempo – oggi rischia di scomparire: ho scritto più volte che il fatto che i programmi scolastici siano fermi alla generazione poetica del 1880 è un danno gravissimo per la scuola, per la poesia stessa e per gli studenti, cioè i cittadini di domani.

La poesia rischia di scomparire perché perde la battaglia contro il mondo dell’informazione e della comunicazione. Poi, come ho detto, è chiaro che spesso si tratta di una informazione/comunicazione inutile e banale. Oppure pericolosamente controllata, il che è peggio.

Ma – passando al citato Šklovskij – la poesia, più della prosa, gioca il proprio ruolo nell’equilibrio fra Defamiliarizzaione e Immersione: la prima tende a farci vedere le cose come fosse la prima volta, ridando verginità alla nostra visione; la seconda impone comunque che il lettore riesca a immergersi nel testo, muoversi nella sua profondità. Che deve esserci, o non si tratta di poesia. So anche che esiste una profondità del testo che non è letteraria: la complessità delle istruzioni di una lavatrice è a volte insondabile… ed è del tutto defamiliarizzata e contraria a qualunque immersione o (comprensione).

Per caso ho usato la parola “comprensione”: ebbene, la comprensione del testo letterario non è performativa (non sono istruzioni sull’uso del mondo, anche se additano a una certa saggezza), ma è un “prendere con sé”, quindi fare proprio, aggiungere alla nostra interiorità per arricchire una comprensione del mondo che è sia intellettuale che sensuale. Le istruzioni per l’uso della lavatrice, invece, puntano a farci utilizzare un oggetto che alla fine dura pochi anni e poi sparisce.

Dici “visione”: io da tempo uso la formuletta “trasformare la vista in visione”, che non vuol dire (lungi da me) affogare nella nebbia mistica che avvolge tanta poesia; intendo una cosa molto più concreta: la poesia serve a trasformare ciò che sappiamo e vediamo (Il bene della vista, appunto), cioè il prodotto dei nostri sensi e della nostra razionalità, in una consapevolezza più profonda: vedere il cuore delle cose. Visto che “il mondo è una totalità di fatti” (non oso contraddire il Tractatus di Wittgenstein, ma tra i “fatti” annovero le cose), questo significherebbe una superiore conoscenza del mondo e di noi. Che altro chiedere?


✍️ Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistato non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.


ℹ️ Info Mauro Ferrari:  https://mauroferraripoesia.wixsite.com/home

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