Raffaele Annunziata, conosciuto anche con l’alias tylerdurdan_, lavora tra fotografia, comunicazione e sperimentazione con intelligenza artificiale, attraversando linguaggi diversi senza rinunciare a una forte attenzione per la dimensione concreta e corporea dell’esperienza. Street photographer e autore di progetti musicali realizzati anche attraverso strumenti AI, il suo percorso si muove dentro uno dei territori più controversi della contemporaneità: il rapporto tra creazione, autenticità e artificio digitale.
In questa intervista per “Tre domande dal Dinanimismo”, il confronto evita sia l’entusiasmo superficiale verso l’intelligenza artificiale sia le letture apocalittiche più automatiche. Le sue risposte riportano continuamente il discorso verso un punto preciso: la necessità di lasciare emergere l’umano dietro il linguaggio, anche quando il mezzo utilizzato è artificiale. Ne nasce una riflessione diretta e a tratti aspra sulla “realness”, sull’esposizione del corpo, sul rischio di una produzione estetica svuotata di esperienza reale e ridotta a semplice consumo visivo o identitario. Al centro resta una domanda che attraversa tutta l’intervista: può esistere un linguaggio capace di produrre impatto senza una presenza reale che lo sostenga?

1.Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali,
senza perdere la propria specificità?
Quando creo una canzone con l’AI, parto sempre da un testo scritto da me, a
mano, di solito sul blocco note del mio cellulare. Sono uno street photographer
e quindi per deformazione professionale spesso parto da un’immagine che mi
ha colpito particolarmente, proprio come una fotografia, provando a tradurla in
versi. Dopo aver scritto il testo inizia un processo molto più meccanico, che mi
consente di fornire alla macchina un testo strutturato secondo le caratteristiche
e i tag del software. Alla fine, parte un processo di selezione, che invece è
un’operazione totalmente cognitiva e di gusto personale. Credo che questa
parte del processo ricalchi la struttura della musica “tradizionale”, dove un testo
scritto da un autore viene messo in musica da veri strumentisti, procedendo per
gradi fino ad arrivare alla visione definitiva dell’autore. Alla fine l’aspetto più
importante rimane quello umano, la scrittura del testo, la visione globale del
brano e la selezione del brano “giusto” tra le migliaia che si possono generare
con l’AI. Per me restare umani vuol dire anche questo.
2.Il tuo lavoro attraversa fotografia, comunicazione e intelligenza artificiale,
mettendo in discussione l’idea stessa di autore. Oggi ha ancora senso parlare di “voce” individuale, oppure il linguaggio è già un sistema condiviso, costruito da più livelli — umani e artificiali?
Siamo arrivati ad un punto cruciale della nostra cosiddetta evoluzione, in cui
non siamo già più in grado di distinguere, ad uno sguardo superficiale, un testo,
un brano o un’immagine generata con AI.
Poi, se si ha il tempo e la volontà di superare lo sguardo superficiale, vengono
fuori i limiti dell’AI: i brani scritti con AI si riconoscono (testi mediocri, pattern
ricorrenti, scrittura non umana), le immagini generate hanno difetti intrinseci.
La diffusione di avatar e band musicali create con AI non fanno altro che
peggiorare la situazione. Dietro questi bamboccioni generati in 3D si
nascondono settantenni frustrati che creano avatar sessualizzati e
sessualizzanti per sentirsi ancora vivi e piacenti, uomini e donne che non hanno
il coraggio di abbassare la maschera e mostrarsi per come sono, magari fragili,
magari brutti, ma veri, reali, tangibili. Dal mio canto, non vedo l’ora che passi
questa moda cringe degli avatar 3D, che nulla di positivo portano alla
discussione.
Io ho sempre cercato la realness, mostrandomi per quello che sono e per quello
che scrivo, proprio per far trasparire l’umano che c’è dietro il brano.
3.Se l’intelligenza artificiale può produrre testi, immagini e suoni capaci di
generare impatto, senza un corpo che si espone, da cosa nasce oggi — per te — l’effetto reale di un linguaggio su chi lo attraversa?
Come dicevo prima, non ho alcuna fascinazione per i concetti astratti, espressi
da corpi che non esistono. Dal mio punto di vista, questi modelli non possono
avere alcuna pretesa di veridicità, servono più che altro a soddisfare le pretese
onanistiche dei loro autori o autrici. Se penso ai veri artisti che hanno usato
maschere, come MFDOOM o i Gorillaz, ad esempio, traspare il loro corpo reale
dietro le maschere, il sudore dei live, la voce rauca, gli strumenti suonati. Nel
mio caso, penso che la realtà si possa esprimere solo parlano di ciò che si
conosce bene, di vita vissuta. Quando in “Secondo” ho scritto di un chiodo che
avevo in un dito sottopelle, scrivevo in ospedale, mentre aspettavo i controlli e
nei testi si legge di scarpe ortopediche, ferro freddo, chiodo schiaccia chiodo,
coperte di metallo con effetto gold. Scrivevo di quello che vedevo e sentivo,
null’altro. Si può restare umani anche facendo musica con AI, a patto di lasciar
trasparire l’umano che c’è dietro. Altrimenti è AI Slop.
Nota editoriale
Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente, senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
Info Salvatore Annunziata: https://www.raffaeleannunziata.it/

