Francesco D’Isa (Firenze, 1980) è filosofo, scrittore e artista digitale. Ha pubblicato romanzi, saggi e opere illustrate ed è direttore editoriale della rivista culturale L’Indiscreto. Tra le sue pubblicazioni più recenti “L’assurda evidenza” (Tlon, 2022), la “Graphic novel Sunyata” (Eris Edizioni, 2023), realizzata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, e “La rivoluzione algoritmica delle immagini” (Luca Sossella Editore, 2024). Insegna Illustrazione e Tecniche Plastiche Contemporanee alla LABA di Brescia e da tempo affianca alla pratica artistica una riflessione teorica sull’intelligenza artificiale.
In questa sua intervista per Tre domande dal Dinanimismo vengono implicitamente toccati diversi aspetti del pensiero dinanimista. Sicuramente la sua attenzione al lettore, piuttosto che a chi produce il testo, incontra favorevolmente diversi punti del criterio dinanimista, tra cui l’Attrito, la Trasformazione e la Durata, che sono tutte qualità che vanno parametrate e valutate nel lettore.
A una prima lettura, la Necessità potrebbe rappresentare invece una distanza rispetto al pensiero di Francesco D’Isa, qualora la si considerasse solo ed esclusivamente come necessità di chi produce l’opera. Distanza che invece si riduce drasticamente quando la si intende, come spesso anche noi facciamo, come necessità di un linguaggio, quindi di una produzione poetica, di incontrare la realtà.

1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?
Rovescerei la premessa della domanda. Si dà per scontato che il linguaggio poetico sia una nostra proprietà, un bene che qualcuno potrebbe sottrarci; il rapporto mi sembra piuttosto inverso, perché è il linguaggio a possederci. Nessuno di noi lo ha inventato. Lo troviamo già lì quando arriviamo, come un clima, un terreno, una scorta di attrezzi lasciata da altri; parliamo una lingua che ci ha preceduti, ci serviamo di categorie grammaticali, di metafore fossili, di distinzioni lessicali che non abbiamo ideato. Unamuno diceva che il pensiero è un’eredità e aggiungeva che il platonismo è la lingua greca che parla dentro Platone. Se le cose stanno così, il linguaggio non è dentro di noi, siamo noi a stare dentro di lui.
Questa è anche la ragione per cui la questione della specificità umana mi pare mal posta. Leroi-Gourhan, ripreso da Stiegler, sostiene che tecnica e linguaggio siano due aspetti della stessa proprietà, e che l’umano si costituisca proprio nel movimento con cui deposita la memoria fuori dal corpo. La selce, l’alfabeto, la stampa, l’archivio, il modello statistico appartengono alla stessa categoria. Chi teme che le reti neurali contaminino un’interiorità linguistica dovrebbe accorgersi che siamo da tempo contaminati.
Quanto all’essenza da preservare, non credo esista. Le identità, come le parole, sono nodi di relazioni; sussistono nella misura in cui vengono continuamente rinegoziate. Nāgārjuna ha pensato questa condizione con una profondità che la filosofia europea ha raggiunto solo per vie traverse: nulla possiede svabhāva, un’essenza intrinseca, perché ogni cosa esiste in dipendenza da cause, condizioni, parti e designazioni condivise. Wittgenstein arriva a qualcosa di simile per un’altra strada, quando mostra che un segno comprensibile solo a chi lo usa non permetterebbe di distinguere fra seguire davvero una regola e credere di seguirla.
2. Che cosa resta oggi della “voce” poetica? La poesia è ancora esposizione del soggetto o diventa orchestrazione di materiali e agenti eterogenei?
Per lungo tempo abbiamo raccontato che il linguaggio nascesse dalla ferita, dalla biografia e dal corpo sofferente di un umano. Walter Benjamin, nel Narratore, lega il racconto alla sostanza dell’esperienza vissuta e ne fa dipendere la crisi dal declino di quella sostanza; Ted Chiang, in una versione contemporanea molto più rigida, sostiene che un’opera sia il precipitato di decine di migliaia di scelte e che un prompt di poche centinaia di parole non ne contenga abbastanza. Sono tesi che si scontrano con una difficoltà empirica, perché testi privi di quella genesi vengono letti, apprezzati e talvolta preferiti. La tesi di Chiang oltretutto ha esiti che i suoi stessi sostenitori non accetterebbero, dal momento che escluderebbe il ready made, l’arte concettuale e le poesie brevi; se il criterio fosse la quantità di scelte sedimentate, un lungo romanzo noioso sarebbe più arte di una folgorazione di sei versi. E nessuno può contare quelle scelte, nemmeno chi ha scritto.
Il salto dal linguaggio al buon linguaggio mi sembra più corto di quanto abbiamo creduto per due secoli. La figura dell’autore sovrano è una conquista recente, che si consolida fra Cinquecento e rivoluzione industriale quando la stampa, la proprietà e il mercato rendono utile che dietro ogni testo ci sia un individuo responsabile; Barthes ne ha proclamato la morte nel 1967 e Foucault l’ha ridescritto come una funzione che il discorso assegna per classificare e attribuire responsabilità. Le intelligenze artificiali rendono tangibile una diagnosi che era rimasta teorica, perché mostrano che un testo può nascere senza un soggetto che lo garantisca. David Gunkel osserva che alla scomparsa dell’autore corrisponde la nascita di un lettore critico, costretto a giudicare quel che ha davanti senza appoggiarsi alla firma.
Personalmente mi interessa poco che cosa provi chi ha scritto,mi interessa che cosa accade a me mentre leggo. Il corpo davvero in gioco in un romanzo o in una poesia è quello di chi legge, e Calvino lo aveva capito prima che esistesse qualcosa di simile a un modello generativo. In Cibernetica e fantasmi immagina una macchina capace di eseguire tutte le permutazioni possibili di un materiale dato, e osserva che l’effetto poetico nascerà comunque dall’incontro fra una di quelle permutazioni e una coscienza con la sua storia e il suo inconscio. La macchina combina, il senso accade in chi legge.
Da questo punto di vista la voce sopravvive come effetto ricostruito nella lettura, come postura riconoscibile che si sedimenta attraverso le scelte di chi scrive o co-scrive. Senza qualcuno in carne e ossa che legga non c’è arte, e finché scrivere con l’IA significa che un essere umano adopera uno strumento, quell’essere umano ha comunque un corpo che invecchia, soffre e gioisce. I lettori contano più degli scrittori.
3. Se un testo generato con AI può risultare indistinguibile da uno umano, quale funzione può ancora avere la poesia come esperienza dell’esistenza?
L’esperienza di chi legge resta intatta, ed è quella che conta di più anche per una ragione banalmente statistica, dato che i lettori sono in teoria molti più degli scrittori. Se qualcuno ha pianto a pagina trecento di un romanzo scritto con l’IA, quel pianto è accaduto; scoprire più tardi la genesi del testo può cambiare il giudizio successivo, ma non cancella retroattivamente l’effetto ricevuto.
La poesia continuerà a incidere finché ci sarà qualcuno su cui farà effetto. Anche nell’ipotesi in cui un modello componesse in autonomia qualcosa all’altezza di Shakespeare, io sarei felice di leggerlo, e sospetto che lo sarebbero molti fra quanti oggi si dichiarano contrari, purché non gli si dica chi l’ha scritto. L’imbarazzo che proviamo davanti a questa prospettiva nasce da un’equazione che lega l’arte a una presunta essenza umana; è una convinzione recente, storicamente connotata e a mio avviso filosoficamente debole, della stessa famiglia di quella che Linda Nochlin smontò a proposito del genio quando mostrò che dietro l’assenza di grandi artiste nella storia c’era un’architettura sociale e non una distribuzione arbitraria di doni innati.
✍️ Nota editoriale: questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente, senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
Info Francesco D’Isa: https://en.wikipedia.org/wiki/Francesco_D%27Isa

