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di Zairo Ferrante – Da un saggio di Alessandro Fo alla verifica del criterio dinanimista

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di leggere un saggio del Professor Alessandro Fo, pubblicato su Pubblicazioni Letterarie, dal titolo Quando e come si possa (forse) dire “io” in poesia. L’articolo, molto interessante, dopo una riflessione sull’io lirico apre a un interrogativo importante: «che cosa diavolo è la poesia?».

E d’altronde questo non può non far scaturire in me una riflessione, visto che è una domanda con la quale cerco di misurarmi da circa vent’anni. Anche se, a dire il vero, la domanda che mi pongo non è esattamente cosa diavolo sia la poesia, o cosa sia poesia e cosa non lo sia, ma piuttosto: cosa diavolo deve fare la poesia?

Ed è stato quasi inevitabile, leggendo il saggio, riportare il pensiero di Alessandro Fo a quello che è il Dinanimismo e al criterio che negli ultimi tempi ne ha definito meglio l’orizzonte. Anche perché, se vogliamo, dal saggio di Fo emerge, neppure troppo implicitamente, un suo possibile criterio sulla poesia. Fo individua, infatti, tre «necessari ingredienti»: rilevanza, assetto formale e capacità di toccare.

È proprio mettendo questi tre punti in rapporto col criterio dinanimista che emergono alcune assonanze interessanti, ma anche differenze che credo valga la pena analizzare.

La prima parola utilizzata da Fo è rilevanza. Che si traduce con una domanda molto semplice: quello che sto dicendo ha davvero un interesse? E soprattutto può averlo anche per chi legge? Fo invita infatti a mettersi nei panni del destinatario, spostando quindi il problema dall’urgenza personale di dire qualcosa alla possibilità che quel qualcosa possa essere necessario anche per un altro individuo.

È forse qui che si può trovare una prima coincidenza proprio con la Necessità del criterio dinanimista, pur non trattandosi esattamente della stessa cosa. Quando il Dinanimismo parla di Necessità vuole soprattutto interrogarsi sulla ragione per cui una poesia viene scritta: se nasce cioè da qualcosa che chiede realmente di essere detto oppure se è soltanto esercizio, esposizione del sé o produzione di un testo. Fo sembra guardare maggiormente dall’altra parte, verso chi riceve quella poesia. La rilevanza potrebbe allora essere quasi il passaggio successivo della Necessità, ossia: ciò che per chi scrive è necessario riesce a diventare rilevante anche per chi legge?

La seconda coordinata indicata da Fo è l’assetto formale. E qui il parallelismo diventa forse meno immediato. Fo lega la poesia al fatto che quello sguardo diverso sulle cose debba trovare una forma nella quale compiersi. Qualcosa che caratterizzi il testo poetico rispetto alla semplice comunicazione in prosa. Nel criterio dinanimista non esiste un punto specificamente dedicato alla forma. Esiste però l’Attrito, cioè quel momento nel quale la parola, spostata nel reale, agisce, incontra e allo stesso tempo genera una resistenza.

Non direi quindi che assetto formale e Attrito siano la stessa cosa. Ma credo che un punto di contatto ci sia. Se per Fo la parola deve trovare una costruzione capace di renderla poesia, per il Dinanimismo la parola non può agire nel reale senza incontrare o generare una resistenza. E quella resistenza, inevitabilmente, deve trovare anche una sua costruzione. La forma può essere allora uno dei modi attraverso i quali la parola poetica riesce a generare l’Attrito.

È però sul terzo punto che la vicinanza mi sembra più evidente. Fo parla di capacità di toccare. La poesia deve avere la possibilità di raggiungere il destinatario, di scuoterlo, di commuoverlo. Qui il rapporto con la Trasformazione dinanimista è piuttosto diretto. Fin dall’inizio, infatti, una delle domande che mi sono posto è stata non soltanto cosa una poesia dica, ma cosa si verifica dopo che quella poesia ha incontrato qualcuno. Non a caso, a tal proposito, in uno dei miei saggi ho ripreso quanto scritto da Buzzati in Per giudicare le poesie.

Toccare e trasformare non sono naturalmente sinonimi. Si può essere toccati emotivamente senza che qualcosa cambi davvero, così come una poesia può produrre una trasformazione senza necessariamente commuovere. Ma il punto comune mi sembra importante: in entrambi i casi la poesia non termina nel testo ma deve succedere qualcosa dall’altra parte. Anche minimo, anche difficilmente misurabile, ma qualcosa si deve sentire o deve muoversi.

Se allora provassimo, con tutte le cautele necessarie e senza giungere a facili equivalenze, a mio avviso anche inutili, a mettere le tre coordinate di Fo accanto ai primi tre assi del criterio dinanimista, avremmo: rilevanza e Necessità, assetto formale e Attrito, capacità di toccare e Trasformazione. Non definizioni chiuse, ma piuttosto punti nei quali due modi diversi di interrogarsi sulla poesia sembrano per qualche tratto avvicinarsi.

Il criterio dinanimista, però, da qui prosegue. Dopo Necessità, Attrito e Trasformazione vengono infatti Rischio e Durata. Il primo prova a verificare quanto la poesia e chi la produce si espongano realmente, quanto mettano qualcosa in gioco invece di limitarsi a riprodurre forme, linguaggi o posizioni già protette. La seconda pone una domanda ancora diversa: quello che il testo ha prodotto rimane? Resiste oltre il momento della lettura, oltre l’emozione immediata, oltre magari lo stesso tempo nel quale quella poesia è stata scritta?

C’è infine un altro punto del saggio che meriterebbe almeno un accenno. È quello relativo alla comunicabilità della poesia e alla diffidenza verso un’oscurità che diventi quasi un valore in sé. Fo richiama anche Primo Levi e insiste sulla responsabilità di una parola che abbia un destinatario. Qui il collegamento possibile non è tanto con uno dei cinque assi, quanto con quella Semplicità che ho successivamente considerato una possibile qualità trasversale del criterio dinanimista. Semplicità che non significa, naturalmente, facilità o banalizzazione, ma possibilità che la parola arrivi. Perché se non arriva da nessuna parte, diventa difficile immaginare anche una sua capacità di trasformazione e quindi di compiersi nella realtà.

Restano quindi le domande iniziali. Che cosa diavolo è la poesia? Non so se sia davvero possibile rispondere, e forse non è nemmeno necessario farlo a tutti i costi. Continuo invece ad arrovellarmi il cervello sull’altra domanda: cosa diavolo fa o deve fare la poesia?

E su quest’ultimo passaggio continuerò a riflettere, convinto che un criterio possa anche non essere sufficiente.

Zairo Ferrante

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