di Emanuela Sica
Riflessioni sulla dozzina, sul meccanismo di candidatura e sull’invisibilità della poesia periferica – Marzo 2026
Il Dinanimismo ospita questo intervento di Emanuela Sica, che prende in esame il rapporto tra poesia, premi e sistema editoriale contemporaneo. Il testo non si limita a una lettura polemica, ma apre una questione più ampia: chi definisce oggi la poesia e attraverso quali dispositivi di selezione e accesso? Cosa passa e cosa resta – nel mondo – di questa poesia selezionata? In questo senso, il discorso sui premi diventa un punto di osservazione privilegiato per interrogare il rapporto tra parola, circuito e reale.
«La poesia non ha padroni. Chi la amministra non la possiede; chi la possiede non ha bisogno di amministrarla.»
Quattro edizioni. Sempre lo stesso schema. Se si guardano i numeri con la fredda attenzione che si riserva ai bilanci [e la poesia, almeno questo glielo dobbiamo, merita almeno la stessa onestà che si dedica alla contabilità] si capisce quasi tutto. Il 21 marzo 2026, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, a Libri Come, la Festa del Libro e della Lettura all’Auditorium Parco della Musica di Roma, sono stati annunciati i dodici candidati al Premio Strega Poesia, giunto quest’anno alla sua quarta edizione. Centotrentotto titoli in gara, una dozzina selezionata. I nomi sono questi: Alberto Bertoni (Semplici abbandoni, Einaudi), Vito M. Bonito (Firmamento 1990-2025, Argolibri), Franco Buffoni (Poesie 1975-2025, Mondadori), Azzurra D’Agostino (Cosmic Latte, Marcos y Marcos), Sofia Fiorini (Il passero bianco, Vallecchi), Carmen Gallo (Procne Machine, Einaudi), Federico Italiano (Godzilla e altre poesie, Guanda), Isabella Leardini (Maniere nere, Mondadori), Fabrizio Lombardo (La linea spezzata, Donzelli), Vincenzo Ostuni (Il Saggiatore), Fabio Pusterla (Marcos y Marcos), Giovanna Rosadini (Einaudi).
Si faccia il conto. Einaudi tre volte. Mondadori due volte. Marcos y Marcos due volte. Guanda, Donzelli, Il Saggiatore, Vallecchi, Argolibri. Tre o quattro grandi gruppi economici che si spartiscono il podio della poesia italiana. Mondadori possiede Einaudi. Feltrinelli controlla Guanda. Il Saggiatore gravita dentro le stesse reti distributive di metà della lista. Chiamarla coincidenza richiede una certa dose di buona volontà, o di distratta compiacenza?
Non è una novità che qualcuno sollevi questa questione. Il critico Massimo Ridolfi, in un intervento diventato caso discusso durante la scorsa edizione, aveva parlato esplicitamente di un «muro di gomma» che impedisce alla vera poesia italiana di emergere, di un «circoletto amicale» dove la critica è sostituita dallo scambio di favori. Una giuria che si auto-celebra, aveva scritto, «totalmente rappresentativa degli editori». Ridolfi era stato liquidato come invidioso di un sistema che lo esclude. Forse. Ma questo non rende le sue osservazioni meno pertinenti.
Ma c’è un filtro che decide cos’è la poesia. Il meccanismo, poi, fa tutto da solo. Il regolamento del Premio stabilisce che le candidature vengano presentate dagli editori stessi al Comitato scientifico, un organo composto, per questa edizione, da Maria Grazia Calandrone, Andrea Cortellessa, Mario Desiati, Elisa Donzelli, Roberto Galaverni, Vivian Lamarque, Patricia Peterle, Stefano Petrocchi, Laura Pugno, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta. Undici persone di indubbio valore individuale. Ma persone che operano, quasi tutte, dentro lo stesso sistema editoriale che candidano.
Questo dettaglio, piccolo, tecnico, apparentemente neutro, determina tutto. Chi ha un ufficio stampa strutturato, chi frequenta le presentazioni giuste, chi distribuisce su scala nazionale, parte già con il treno in moto mentre gli altri aspettano sul binario. Il filtro che decide cosa è poesia degna di esistere pubblicamente non sembra tanto la qualità della scrittura quanto l’accesso al sistema che la propone.
Si aggiunga che il Comitato scientifico ha facoltà di integrare le proposte degli editori «richiedendo la partecipazione di ulteriori opere» è scritto nel regolamento, articolo 13. Una clausola che in teoria aprirebbe al pluralismo. In pratica, le bio dei componenti del comitato raccontano un’altra storia: Elisa Donzelli dirige la collana di poesia contemporanea dell’omonima casa editrice presente nella dozzina; Franco Buffoni, presente in gara con Mondadori, ha seduto nelle giurie degli stessi circuiti per anni; Fabio Pusterla dirige la collana Le Ali di Marcos y Marcos, che è nella lista con due titoli.
Il Comitato scientifico, dunque, si trova dentro una trappola strutturale. Nessuno mette in dubbio le competenze individuali dei giurati. Ma quelle competenze si formano dentro un ecosistema già orientato. Se le centotrentotto proposte arrivano quasi tutte dallo stesso universo editoriale, la selezione finale sarà necessariamente interna a quell’universo. La qualità delle singole scelte non cambia la qualità del sistema che le produce.
Milano. Torino. Roma. Sempre. Non è solo una questione di case editrici: è una questione di geografie del potere culturale. La poesia che nasce al Sud, nelle piccole realtà editoriali del Mezzogiorno, nelle collane costruite con rigore autentico e risorse minime, nei territori dove la lingua poetica porta ancora la terra dentro le sillabe, quella poesia non arriva. Non arriva perché il meccanismo non è progettato per trovarla. Non è progettato nemmeno per cercarla. Il dato editoriale è incontrovertibile: i grandi gruppi dispongono di budget promozionali per ogni titolo candidato mediamente quattro volte superiori a quelli delle case editrici indipendenti. Non si tratta di talent scouting: si tratta di potere di visibilità. E la visibilità, in un sistema che candidano gli editori stessi, è già metà della vittoria.
C’è un episodio che dice molto. Nella scorsa edizione, la cinquina aveva incluso Marilena Renda con Cinema Persefone, pubblicata da Arcipelago Itaca, editore minore, voce periferica. Qualcuno l’aveva letta come prova che il sistema sa aprirsi. Ma un’eccezione conferma la regola, non la corregge. Un titolo su cinque, da un editore piccolo, in quattro edizioni lungi dall’essere pluralismo diventa folklore.
La poesia radicata nell’esperienza vera del mondo, quella che scrive per necessità e non per strategia, che non ha agenti né uffici stampa né cocktail di presentazione, esiste e si muove fuori da questa lista. Nei quaderni ciclostilati, nelle piccole collane, nelle serate in circolo nei musei di provincia, nelle antologie costruite a mano da chi ci crede senza aspettarsi niente in cambio.
A questo punto, mi si permetta un consiglio…anche se non richiesto.

C’è qualcosa che manca e nessuno chiede…o meglio: qualcuno la chiede, ma il sistema non risponde, perché il sistema funziona esattamente come vuole funzionare.
Prima cosa: una quota riservata agli editori indipendenti sotto una certa soglia di fatturato. Il Premio Strega narrativa ha introdotto nel 2020 una clausola che garantisce almeno un finalista da case editrici medio-piccole, nella sezione poesia questa clausola non esiste. E’ una dimenticanza o una scelta?
Seconda cosa: una commissione di lettura territoriale che intercetti ciò che i grandi gruppi non vedono. Vorremmo che sia un organo con potere di segnalazione vincolante verso il Comitato scientifico. Un presidio che mappi la poesia italiana dove si forma davvero, nelle regioni, nei dialetti, nelle voci non metropolitane.
Terza cosa: una forma di candidatura dal basso, lettori, librerie indipendenti, riviste, circoli di lettura, qualcosa che rompa il monopolio della proposta editoriale. Il meccanismo attuale prevede che siano gli editori a iscrivere le opere: «provviste di codice ISBN e pubblicate da soggetti editoriali a diffusione nazionale», recita il regolamento, articolo 5. Quella clausola, diffusione nazionale, è il muro. Alta e invisibile come tutti i muri che si chiudono nella norma.
Tre cose che restano sulla carta perché il Premio Strega è anche evento mediatico, vetrina, volano commerciale. I grandi editori portano ospiti, sponsor, copertura stampa, il logo di BPER Banca e di Tirreno Power, le librerie Feltrinelli come sponsor tecnico. Un piccolo editore lucano, campano, pugliese porta un buon libro. E un buon libro, da solo, qui dentro non basta.
Non sto demolendo il Premio Strega Poesia, vorrei capire soltanto cosa è (diventato). È un osservatorio sul sistema editoriale italiano, non un osservatorio sulla poesia italiana. Sono cose diverse. Il sistema premia ciò che gli somiglia. Lo ha sempre fatto e lo chiama merito.
La Fondazione Bellonci, che promuove il premio, afferma nel proprio statuto che il Premio Strega Poesia «nasce per dare visibilità alla produzione di più alta qualità letteraria». Si potrebbe chiedere: qualità letteraria selezionata da chi, misurata con quali strumenti, estratta da quale bacino? La risposta che il meccanismo dà silenziosamente è: da chi già ha voce. Per chi già ha spazio. Attraverso chi già conosce le strade.
Resto dell’idea che la poesia italiana viva, quella che conta, quella che brucia, quella che si scrive per necessità biologica e non per curriculum, esiste fuori da questa lista. Nei dialetti che i grandi editori non pubblicano perché non «vendono». Nelle collane del Sud costruite con pochi soldi e moltissima cura. Nelle voci di chi non sa cosa sia un ufficio stampa e non ha mai partecipato a un aperitivo di lancio a Milano. Il Premio Strega Poesia fotografa il potere editoriale italiano. Questa fotografia è nitida, precisa, fedele al soggetto. Ma il soggetto si discosta dalla poesia italiana per mettere in evidenza il management.
E quando un management si autoseleziona, autopremia, autocelebra, con tutto il rispetto che ho per la qualità dei singoli titoli in gara, molti dei quali meritano davvero attenzione, ha già smesso di fare critica e ha cominciato a fare politica.

Emanuela Sica è avvocato cassazionista, scrittrice, giornalista pubblicista e direttrice artistica. Nata ad Avellino nel 1975, vive e lavora a Guardia Lombardi (Irpinia), dove esercita la professione forense dal 2004.
Nel 2011 ha fondato il blog Plenilunio, oggi punto di riferimento per la scrittura e la critica culturale con oltre quattro milioni di visualizzazioni. Dal 2023 dirige l’omonima collana editoriale per Delta 3 Edizioni. È autrice di numerose opere tra narrativa, poesia e saggistica, e curatrice di antologie collettive. Collabora con diverse testate e realtà culturali nazionali.
Dirige il Festival delle Radici Migratorie, progetto dedicato a memoria, identità e appartenenza dei borghi italiani. Attiva nel sociale, offre supporto legale gratuito a persone fragili e donne vittime di violenza. È ideatrice di progetti educativi contro la violenza di genere, promossi nelle scuole e negli enti locali. Presiede l’associazione “Guardiesisinasce&sidiventa Nino Sica”. Ha ricevuto numerosi premi letterari e civili a livello nazionale e internazionale.
Nel 2024 è stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
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