Melania Valenti è nata a Catania, dove risiede. Docente e poetessa, svolge attività di diffusione della cultura; è nella redazione direttiva di Finestre Lit-blog, da un’idea di David La Mantia, ed è editor e redattrice della rivista cartacea Metaphorica.
Nella sua scrittura il dato reale si trasforma in visione, mantenendo un legame costante tra interiorità e mondo.
In questa conversazione emerge una posizione chiara: la poesia nasce dall’esperienza e non può essere separata dalla verità del sentire umano, anche nel confronto con le intelligenze artificiali. La costruzione poetica resta possibile, ma solo se ancorata a un nucleo di autenticità.
La parola, in questa prospettiva, non è mai fine a se stessa: è chiamata ad agire, a interrogare e a incidere nel reale, assumendo una responsabilità che va oltre il testo.

1.Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?
Già qualche anno fa presentai una relazione durante un seminario proprio su questo tema, quando ancora non aveva invaso quasi del tutto ogni campo dell’agire umano. Allora affermai, opinione ormai condivisa, che la co-esistenza è resa possibile proprio dalla specificità del sentire umano, del suo pensiero, mosso dalle emozioni più ancestrali o governato dalla più sentita razionalità. Al momento, non si è ancora giunti ad un perfezionamento tale della IA da poter paventare una confusione o, ancor di più, una sostituzione del linguaggio poetico con quello artificialmente prodotto. Il linguaggio è nato con l’umanità, per esprimere i suoi bisogni e le sue pulsioni, fino a trasformarsi con lei man mano che le esperienze sensibili si perfezionavano. È parte di noi, al punto da suscitare ataviche discussioni tra chi sia nato prima e cosa influenzi chi. Reputo, quindi, che al momento la poesia possa riposare sonni tranquilli, e noi con essa. Ma la strada e iniziata da poco e, purtroppo, prevedo passi che mi fanno temere per il prossimo futuro. L’uomo e la donna saranno ancora capaci di articolare e governare il pensiero e farne poesia? (Ho ribaltato la tua domanda…)
2. Nelle tue poesie il corpo, il dolore e l’immagine assumono spesso una forma intensa, quasi simbolica. Quanto per te la poesia deve restare esperienza vissuta e quanto può trasformarsi in costruzione immaginativa senza perdere verità?
In “Vani”, Bertoni 2025, ho immaginato un percorso fuori e dentro di me, che, iniziando dalla memoria e dagli affetti, portasse ad altro di maggiormente evocativo e simbolico. Quando penso alla poesia, penso ad un linguaggio universale, capace di parlare tutte le lingue del mondo, compreso, anzi, soprattutto il silenzio. E non posso separare la poesia dalla verità, dall’autenticità, dall’ onestà. Quando sento la necessità di scrivere, è innanzi tutto la realtà, ad ispirarmi, personale o altrui che sia. Un fatto, un suono, una visione, un ricordo o una gioia, tutto fa parte del vissuto che rimane dentro di me. Al momento di scrivere, tutto muta, come una magia il mondo e il tempo personali si trasformano e, come uscissi da me, inizio a guardare con altri occhi ciò che poi rileggo. Inutile dire che ognuno, a mio avviso, ha dentro il proprio mondo; ma riuscire a trasformare il particolare in universale è ciò che fa poesia vera.
3. La tua scrittura sembra abitare uno spazio molto interno, emotivo e visionario. Credi che oggi la poesia debba limitarsi a esprimere il vissuto o possa ancora incidere nel reale, modificando qualcosa fuori dal testo?
Come affermato poco sopra, non posso concepire una poesia, come un’opera d’arte, che non sia ispirata dalla realtà e non tenti di incidervi. Il mondo intorno, con le sue contraddizioni e storture, o anche con le conquiste e le magnifiche e naturali bellezze, è terreno su cui il poeta deve tentare di incidere. Colui che, mediante l’ispirazione, sa impiegare bene la parola, ha il dovere morale di scuotere le coscienze per la costruzione di una realtà più degna di essere vissuta. Un intellettuale, poeta soprattutto, conosce la lingua dell’anima e con quella, aiutato dalla conoscenza delle tecniche stilistiche e retoriche, dovrebbe sempre cercare di fare del suo meglio per scuotere le coscienze, per indurre a pensare e cercare di cambiare ciò che affligge la vita dei più. Non concepisco una scrittura che pensi soltanto alla perfetta resa della Parola, senza che questa venga scritta con l’intenzione di cambiare il sentire e l’agire. Gran parte della scrittura poetica attuale si volge ad una scrittura assai ricercata ed ermetica; sono gusti, non discuto. Ma anche dietro lo studio lessicale si può celare un intento sovversivo o incisivo nei confronti di ciò che ci circonda. Se, al contrario, rimane ricerca fine a se stessa, per me se ne potrebbe, e dovrebbe, fare tranquillamente a meno.
✍️ Nota editoriale
Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente, senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
Info Melania Valenti: https://finestrelama.blogspot.com/p/redazione-esterna.html





