Fioravante Serraino è per me un amico, un fratello maggiore e un maestro. Lo dico subito perché sarebbe difficile parlare della sua poesia facendo finta che questo rapporto non esista. Praticamente mi ha “allevato” e la sua presenza ha avuto un peso anche nel mio percorso.
Tuttavia, in questo saggio cercherò di essere quanto più obiettivo possibile, affidando al criterio dinanimista l’analisi di alcune poesie di Fioravante (Fiore, per tutti noi).

L’occasione per tornare sui suoi versi è stata la presentazione, il 6 settembre 2026 ad Aquara, presso il Centro Serraino Fioravante, di Chiamatemi Flos, silloge pubblicata dall’Associazione culturale “L’Alveare” e composta da oltre duecentottanta componimenti.
Aquara, parlando di Serraino, non è un particolare secondario né una cornice. Nella sua poesia c’è spesso una geografia che richiama i luoghi del cuore, e il primo di questi luoghi è proprio il suo paese. Del resto, il rapporto di Fioravante con Aquara non è mai rimasto sulla carta né è mai passato inosservato. Negli anni ha dato molto alla sua comunità: basti pensare all’allestimento della biblioteca comunale, alle attività organizzate per la Pro Loco e all’impegno nelle varie associazioni del territorio.
Questo rapporto con i luoghi si ritrova anche in alcuni dei testi che ho scelto da Chiamatemi Flos. A volte è evidente, altre volte rimane sullo sfondo o addirittura tende a camuffarsi nelle pieghe di argomenti più generali. Ma il mio interesse, rileggendoli oggi, è anche un altro: in queste poesie trovo diversi punti di contatto con il DinAnimismo. Non perché Serraino debba essere definito un poeta dinanimista, cosa che non avrebbe senso e di cui non mi arrogherei mai il diritto, non avendo mai avuto un suo endorsement, ma perché la sua poesia entra in rapporto con l’esperienza e mette il lettore davanti a qualcosa che lo riguarda.
Parto da Labirinto.
LABIRINTO
Fuorviante,
soppesiamo l’intricata matassa
seguendo la sbiadita
toponomastica della vita;
il bivio delle scelte,
la terza via:
l’unica mai percorsa
lungo il viale dei rimpianti.
Necessità / Attrito
Qui c’è l’uomo davanti alle proprie scelte, ma soprattutto davanti alle strade che non ha percorso.
Il verso che mi interessa di più è «la terza via: / l’unica mai percorsa». È lì che nasce l’attrito, perché il rimpianto non riguarda soltanto ciò che abbiamo perduto, ma ciò che non abbiamo neppure tentato.
Mi colpisce anche che Serraino affidi tutto questo a una vera e propria toponomastica: il bivio, la via, il viale. La geografia diventa così qualcosa di molto vicino alla vita. E per chi conosce il rapporto di Serraino con Aquara, questi luoghi, pur senza avere un nome preciso, non sembrano mai del tutto astratti e non possono non essere ricondotti al suo (nostro) paese.
Diverso è Bispensiero.
BISPENSIERO
Voglio dire dell’uomo
dalla forma di prisma
chiuso al nulla aperto al tutto
Voglio dire dell’uomo
dalla pelle cangiante
bianco al sole rosso al gelo
Voglio dire dell’uomo
dal suo verbo tonante
vero col vano vano col vero
Voglio dire dell’uomo
dalla dubbia coscienza
tormentata dall’alibi di una falsa coerenza
Voglio dire dell’uomo
così giovane e vecchio
che il suo viso nasconde in un sogno già visto
Voglio dire a quell’uomo
che rimanga in casa
e non esca nemmeno a fare la spesa.
Attrito / Rischio
Qui Serraino mette in crisi l’idea che abbiamo di essere coerenti. L’uomo è prisma, cambia colore, dice «vero col vano vano col vero».
«L’alibi di una falsa coerenza» è forse il centro del testo. La poesia crea attrito perché ci costringe a chiederci quanta parte della nostra coerenza sia autentica e quanta invece sia una costruzione.

Tuttavia Fiore, nei suoi versi, non demonizza questo chimerismo e camaleontismo, anzi vuole parlare proprio di quell’uomo. Fino ad arrivare a quella spesa finale, quasi comica, che rompe improvvisamente il registro alto. Per me è un rischio poetico interessante. Serraino porta avanti una riflessione sull’uomo e sulla coscienza e, proprio alla fine, la riporta bruscamente nel quotidiano, senza cadere. Una chiusa in cui si nasconde un monito ma anche, forse, una chiusura personale, quasi un’autoprotezione quando ci si sente inadeguati.
Forse quell’uomo siamo noi. E questo parallelismo continua in To be, dove il problema si sposta ancora.
TO BE
Puoi essere il cielo
ma nessuno ti guarda
Puoi essere il sole
ma nessuno si scalda
Puoi essere il mare
ma nessuno si bagna
Puoi essere il sogno
ma nessuno che dorma
Puoi essere l’acqua
ma tutti han bevuto
Puoi essere e sei
un cuore venduto
Vuoi vivere e amare
senza più pensare
Puoi essere tutto
ma essere nessuno.
Necessità / Trasformazione
Qui trovo una tensione molto contemporanea: posso essere tutto, ma se ciò che sono non raggiunge nessuno, che cosa rimane del mio essere?
«Puoi essere tutto / ma essere nessuno» sposta la questione dall’identità alla relazione. Non basta semplicemente essere qualcuno o qualcosa, ma occorre esistere per qualcuno o qualcosa.
È un passaggio che, conoscendo Fioravante, mi porta inevitabilmente anche alla persona. Non voglio sovrapporre la biografia alla poesia, ma nel suo caso il rapporto con gli altri e con la comunità è stato concreto e continuo. La poesia dice una cosa che la sua vita, almeno in questo caso, ha confermato.
Sul criterio, invece, questa poesia riassume bene l’asse della trasformazione, secondo il quale un verso, per compiersi, deve necessariamente incontrare l’animo di un lettore e spostarlo, anche impercettibilmente, per avere un’azione nel reale ed esistere davvero.
Infine A casa.
A CASA
Io nomade
ho piantato le tende
di là del fiume
per compagno un puma
sonnolento da un’altura
Il fuoco è divenuto
bene prezioso in questa
terra di fango e di ghiaccio
di inerte solitudine
Dal punto più basso
vedo misteriose montagne
ed il mio spirito vagabondo
già li a percorrerli
Trasformazione / Durata
È forse il testo in cui il movimento è più evidente. Ma non mi interessa tanto il viaggio fisico, che lo stesso Flos avrebbe compiuto a malincuore (ad oggi rimane comunque l’uomo più statico che io abbia mai conosciuto – rido). Mi interessa che quest’uomo abbia piantato le tende e tuttavia il suo spirito sia già altrove.
La casa diventa, paradossalmente, il punto da cui ripartire o da cui osservare il mondo.
Qui il richiamo alla geografia di Serraino mi sembra ancora più forte. C’è un fiume (il Calore), c’è un’altura (la nostra collina aquarese), ci sono le montagne (gli Alburni). Non voglio dire che questa sia necessariamente Aquara: sarebbe una forzatura critica. Ma per chi conosce Fioravante e i suoi luoghi è difficile non sentire almeno qualcosa di quella terra e, in fondo, a me piace leggerla così.
Soprattutto mi interessa il finale. Lo spirito è già a percorrere quelle montagne. Il testo si conclude, ma la ricerca no. Ed è proprio in questo che riconosco la durata: qualcosa della poesia continua oltre l’ultimo verso e può ancora agire nel lettore, inducendolo a prendere una posizione o ad assumere una postura nuova.
In conclusione, se provo ad applicare a questi testi il criterio dinanimista, riconosco soprattutto necessità, attrito e trasformazione. In Bispensiero emerge con maggiore evidenza il rischio; in A casa sento maggiormente la durata. Ma quello che conta è che queste poesie partono dall’uomo: dalle sue contraddizioni, dalle scelte, dall’identità, dal bisogno di andare oltre.
E in diversi momenti non si limitano a raccontarlo. Chiedono al lettore di entrarci dentro, divenendo poesia che nasce dall’esperienza, agisce nel reale e ritorna nell’esperienza di chi legge.

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