Andrea Galgano (1981) è poeta, scrittore e critico letterario. Nato e cresciuto a Potenza, affianca alla scrittura poetica una costante riflessione teorica sul linguaggio, sul simbolico e sulla dimensione interiore dell’esperienza. È Direttore Umanistico e docente di Letteratura e Psicoanalisi presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm (Prato–Padova), dove coordina progetti di ricerca sul senso religioso in Giacomo Leopardi e sui processi di formazione letteraria nelle professioni intellettuali.
Fondatore e direttore di Frontiera_di_pagine, Galgano è autore di raccolte poetiche come Argini, Downtown e Non vogliono morire questi canneti, e di saggi critici tra cui Mosaico, Di là delle siepi e Lo splendore inquieto, nei quali indaga il rapporto tra poesia, memoria, immaginale e cura della parola.
In questa conversazione il suo contributo si colloca in un punto di forte consonanza con l’orizzonte dinanimista: la poesia come spazio di ascolto profondo, come gesto di rallentamento e come pratica capace di resistere all’anestesia del linguaggio contemporaneo. Il dialogo tocca il rapporto tra poesia e intelligenze artificiali, la possibile relazione tra parola poetica e pratiche terapeutiche, e il ruolo della poesia come luogo di profondità in un tempo dominato dalla velocità e dalla semplificazione.


1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?
Il linguaggio poetico umano conserva una specificità che nessuna intelligenza artificiale può replicare completamente: la sensibilità del vissuto, le sfumature emotive, la memoria personale e il corpo che sente. Le AI possono essere strumenti, anche stimoli o compagni di scrittura, ma la poesia nasce dall’esperienza soggettiva, dalla capacità di sorprendersi e di riflettere sul mondo in modo unico. La coesistenza possibile è quindi una relazione dialogica: l’AI può suggerire, rimodellare o sperimentare forme, ma la scelta, il ritmo interiore, e la decisione di ciò che vale come parola poetica restano profondamente umane.
2. Nel tuo lavoro critico e poetico emerge spesso una forte attenzione alla dimensione interiore dell’esperienza: vedi una possibile relazione tra poesia e pratiche di tipo terapeutico o psicoterapeutico, senza che la poesia perda la propria autonomia formale e simbolica?
Sì, perché poesia e pratica terapeutica condividono l’attenzione alla parola come strumento di conoscenza e trasformazione. La poesia permette di esplorare l’interiorità, di dare forma al pensiero e all’emozione, senza ridursi a un manuale di cura. La sua autonomia simbolica è salvaguardata dalla metafora, dall’ambiguità e dalla libertà formale: anche quando può avere effetti catartici o di riflessione su sé stessi, la poesia resta prima di tutto un’opera d’arte, capace di parlare oltre la funzione terapeutica, al tempo stesso esperienza estetica e ricerca interiore.
3. In un tempo dominato da accelerazione, semplificazione e consumo rapido del linguaggio, in che modo la poesia può ancora agire come spazio di rallentamento, di profondità e di resistenza alla velocità contemporanea?
La poesia introduce una pausa, un tempo proprio, che non è quello dell’informazione immediata o del consumo rapido. Ogni verso richiede attenzione, ascolto, lentezza: leggere o scrivere poesia significa accordarsi con un ritmo più lento e profondo, dove il significato emerge per accumulo, associazione, silenzio. In questo senso, la poesia diventa resistenza alla superficialità, offrendo spazi in cui ci si può fermare, riflettere e ritrovare connessione con la propria interiorità e con la complessità del mondo.
✍️ Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistato non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
ℹ️ Info Andrea Galgano: https://www.polimniaprofessioni.com/rivista/andrea-galgano/











