Daniela Leone nasce in Sicilia nel 1991. Fondatrice e Direttrice della rivista L’Altrove – Appunti di poesia, ha costruito nel tempo uno spazio editoriale dedicato alla poesia contemporanea, alla critica indipendente e al confronto tra linguaggio poetico e presente digitale. Il suo percorso professionale attraversa comunicazione, scrittura e progettazione culturale: lavora come social media manager e web content editor, occupandosi di comunicazione digitale e produzione di contenuti per il web, affiancando a questo un interesse per la grafica e la costruzione visiva dei progetti editoriali.
In questa intervista per “Tre domande dal Dinanimismo”, il confronto si sposta rapidamente oltre la superficie del dibattito tra poesia e intelligenza artificiale, entrando in questioni più profonde: la necessità del linguaggio, la resistenza della parola dentro il flusso digitale e il rapporto tra essenzialità, corpo e responsabilità del dire. Le risposte di Daniela Leone evitano tanto l’entusiasmo tecnologico quanto la difesa nostalgica della poesia, scegliendo invece un terreno più fragile e concreto: quello della tensione tra linguaggio e realtà. Ne emerge un dialogo lucido, attraversato dall’idea che la poesia continui a esistere non perché immune alla contemporaneità, ma perché ancora capace di opporre attrito al consumo rapido dei linguaggi contemporanei.

1.Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?
È una domanda che mi accompagna da un po’, e che trovo sempre più urgente — non solo come riflessione teorica, ma come questione concreta per chi lavora nella poesia oggi.
L’IA può fare moltissimo. Può imitare stili, costruire immagini coerenti, produrre testi che sembrano poesia. Ma ciò che l’IA non possiede — e che nessun perfezionamento del modello potrà davvero replicare — è la necessità biografica del dire. La poesia porta sempre una pressione interna, da un’urgenza che non è programmabile. Non è questione di tecnica: è questione di necessità. E la necessità non si genera, si subisce.
Paradossalmente, penso che questo confronto stia restituendo alla poesia umana una nuova consapevolezza della propria irriducibilità. Se la macchina può fare il testo fluido, il poeta deve puntare su ciò che lo distingue: la resistenza, l’imperfezione necessaria, il silenzio che è scelta e non assenza. In questo senso, l’IA è uno specchio strano — ci mostra cosa siamo, proprio non essendo noi.
2. Dirigere uno spazio come L’Altrove oggi significa stare dentro un flusso continuo e iper-rapido di contenuti. Che senso ha, per te, costruire e custodire un luogo di poesia in questo contesto? È ancora possibile creare uno spazio di reale attenzione e non solo di passaggio?
Sono onesta: ci sono momenti in cui me lo chiedo anch’io. Il flusso è reale, ed è brutale. Un contenuto che hai costruito con cura — una recensione lunga, un’intervista ragionata — scompare in poche ore sotto altri contenuti. È frustrante, e sarei ipocrita a non dirlo.
Però è proprio in questo contesto che uno spazio come L’Altrove ha senso — forse più di prima. Non perché possa fermare il flusso, ma perché può offrire resistenza al suo interno. Un posto in cui un testo critico esiste perché deve esistere, non perché ottimizza l’engagement. Un posto in cui si può stare dentro una raccolta di poesie per il tempo che quella raccolta richiede.
L’attenzione reale non si costruisce con un contenuto solo, si costruisce nel tempo, con la coerenza, con la riconoscibilità di una voce, con la fedeltà a certi valori. E poi c’è una cosa più semplice: la poesia italiana ha bisogno di critica indipendente, non legata agli editori, non autoreferenziale. Quello spazio esiste, e finché posso tenerlo aperto, lo tengo.
3. Nella tua scrittura si avverte una tensione verso l’essenziale, una parola che sembra sottrarre più che aggiungere. Questa essenzialità nasce come scelta formale o come necessità intima del dire?
Non è nata come programma. Non ho deciso a un certo punto che avrei scritto per sottrazione — ho scoperto che era l’unico modo in cui il testo reggeva il peso di ciò che doveva portare. Il corpo non sopporta la parafrasi. Ogni parola in più è un tradimento: copre invece di mostrare, spiega invece di stare.
Ho imparato questa cosa leggendo Amelia Rosselli; non tanto per i contenuti, quanto per la pressione sintattica, per il modo in cui la sua lingua spezza e ricomincia senza mai concedersi l’ornamento. E poi l’ho rafforzata attraverso il lavoro critico: fare critica mi ha insegnato a leggere il linguaggio altrui con una precisione che non riesco a non applicare al mio.
C’è però una cosa che tengo ferma: la mia essenzialità non è eleganza, è violenza necessaria. Non tolgo perché meno è più bello. Tolgo perché ciò che resta deve reggere da solo, senza rete. È una scrittura che vuole stare in bilico sul bordo, che non vuole cadere né dalla parte del silenzio puro né dalla parte del senso troppo addomesticato. In quel bordo, per me, abita la poesia.
Nota editoriale
Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente, senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.
Info Daniela Leone: https://www.laltroveappuntidipoesia.com/





