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“La poesia come azione. Per una grammatica etica del dire” (da Pensalibero.it)

Abstract critico – 27 dicembre 2025

Con questo intervento, pubblicato su Pensalibero.it, Zairo Ferrante sintetizza la postura critica del Dinanimismo: una poesia che non si rifugia nella forma, ma agisce nel mondo, assumendo una responsabilità etica del dire. Il testo mette a fuoco il rischio dell’“anestesia del linguaggio” e la necessità di restituire al verso la capacità di incidere nell’esperienza e generare coscienza condivisa. Ne riportiamo alcuni passaggi centrali:


Estratti dal testo:

La poesia come azione. Per una grammatica etica del dire (Dinanimismo)
di Zairo Ferrante

Molti critici, anche autorevoli, sostengono che la poesia contemporanea non abbia bisogno di nuovi testi, ma di un discorso sul fare poesia che le restituisca senso e funzione. In particolare oggi, nel contesto di una società ipertecnologica e costantemente connessa.

Non a caso, in numerosi miei interventi pubblici mi sono soffermato su un nodo che considero decisivo e strettamente collegato a questa questione: l’anestesia del linguaggio.

Una parte consistente della produzione poetica odierna sembra legata all’iper-forma: cura dello stile, perfezione dell’immagine, esposizione di un “io” messo in vetrina ma spesso disconnesso dal tempo in cui abita. Una poesia che può risultare terapeutica per chi la scrive, ma che raramente produce una reale ricaduta nel mondo.

Un fare poetico che, citando Hillman, non riesce a “fare anima”: non abita la terra, il corpo, il quotidiano, le relazioni, i conflitti.

Paradossalmente, questo modo di intendere la scrittura diventa una fuga verso un’idealità spirituale, un dialogo con il proprio sé. Il linguaggio si contrae e diviene incapace di abitare la realtà: non vive più tra gli esseri umani nel tempo presente.

Così, la resistenza adorniana nei confronti di una società distratta e superficiale rischia di trasformarsi in chiusura: un linguaggio stanco di circolare, che perde di vista l’oggetto e diviene incomprensibilità.

A conferma di ciò, basta ricordare uno studio condotto all’Università di Pittsburgh, nel quale i partecipanti hanno valutato «più favorevolmente le poesie generate dall’IA rispetto a quelle scritte dall’uomo».

Se una poesia senz’anima risulta equivalente a quella dell’intelligenza artificiale, non è l’IA ad avere acquisito interiorità: è la poesia che si è svuotata di efficacia.

Il bisogno di trasformare l’arte in azione è stato espresso anche in altri ambiti creativi. Si pensi alla performance di Graziano Cecchini che, nel 2007, tingendo di rosso la Fontana di Trevi, ha trasformato il gesto estetico in azione e l’azione in denuncia. Un pensiero che diviene resistenza alla “liquefazione della società”: una forte rivendicazione del ruolo sociale dell’artista.

Il Dinanimismo nasce esattamente da questa urgenza: rivendicare una poesia come azione. Non una poetica della forma, ma una condotta del dire.

Un linguaggio radicato nel mondo, capace di assumersi la responsabilità etica della parola, perché la poesia diventi movimento dell’anima che circola.

Una relazione viva tra chi scrive e chi legge che si compie nella semplicità: non banalità o facilità, ma continuità tra parola ed esperienza, in una prospettiva che richiama la “non-separazione” di Meschonnic.

Una poesia che non consola, non si esibisce e non fugge, ma agisce — e, agendo, genera coscienza.

In definitiva: la poesia come azione semplice nel mondo.

Perché, se manca la semplicità — intesa come non-separazione dal tempo e dall’esperienza in cui nasce — l’azione poetica si indebolisce: non arriva, non circola, non genera Dinanimismo.


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