Giuliano Ladolfi (1949) è Dirigente Scolastico, poeta e critico; nel 1996 ha fondato, insieme a Marco Merlin, la rivista di poesia e letteratura «Atelier», una delle esperienze più durature e coerenti nel dibattito poetico degli ultimi trent’anni. Autore di raccolte poetiche e di numerosi saggi di riferimento sulla poesia del Novecento, ha dedicato gran parte della propria attività allo studio della tradizione, alla formazione e alla costruzione di un dialogo critico rigoroso.

Una delle figure più autorevoli e strutturate del panorama critico e poetico italiano contemporaneo.

Tra le sue opere più significative si ricordano: “Per un nuovo umanesimo letterario” (2009) e l’ampia ricostruzione in cinque tomi “La poesia del Novecento: dalla fuga alla ricerca della realtà”, che traccia un percorso storico-critico della poesia italiana contemporanea. Accanto all’attività editoriale – con la fondazione della casa editrice “Giuliano Ladolfi editore” – e all’organizzazione di convegni, Ladolfi ha svolto un’intensa attività didattica, mantenendo costante l’attenzione al nesso tra parola, responsabilità e comunità culturale.

Nel dialogo che segue emergono alcuni nodi centrali del suo pensiero: la necessità di un vaglio critico rigoroso nell’epoca dell’intelligenza artificiale; il valore del “poeta artigiano”, formato attraverso studio, disciplina e confronto; la funzione testimoniale della poesia in una società dominata da logiche mercantili ed emporiocentriche.

Sul tema dell’AI, la sua posizione insiste sulla responsabilità del soggetto umano e sul discernimento: la macchina è strumento, non creazione. In questo punto si registra una convergenza sostanziale con l’orizzonte dinanimista, che individua nell’assunzione personale e nella responsabilità incarnata il luogo decisivo dell’atto poetico. Se il mezzo può produrre testi, solo un soggetto può assumerli, firmarli, esporli al rischio del reale.

Non si tratta di una sovrapposizione di linee, ma di un confronto tra prospettive che condividono un punto fermo: senza responsabilità, senza formazione, senza lavoro sul linguaggio, la poesia si riduce a produzione indistinta.

Lo scarto si colloca piuttosto nel punto di verifica. Se per Ladolfi la centralità resta quella del soggetto consapevole e formato, capace di discernimento, l’orizzonte dinanimista insiste sulla prova dell’atto: non solo chi scrive e con quale responsabilità, ma che cosa quella parola produce nel reale, quale trasformazione genera, quale rischio assume e quale durata promette.

Ladolfi ribadisce infine la centralità del dialogo come destino della poesia contemporanea. Il Dinanimismo ne condivide la necessità, purché questo dialogo non rimanga funzionale ai soli dispositivi culturali, ma si traduca in attrito concreto nel tempo storico e in una parola capace di incidere, trasformare e – nel senso più pieno – fare anima.

1) Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?

La questione è oggi più che mai oggetto di discussione in tutto il mondo, come avviene durante i grandi cambiamenti d’epoca. Il timore che l’innovazione possa depauperare la ricchezza del genere umano è una reazione comprensibile, che però va sottoposta a una revisione critica.

In primo luogo, è necessario precisare che l’intelligenza artificiale finora altro non è che un immenso serbatoio di informazioni che vengono utilizzate in modo pressoché simultaneo, non un sistema di “creazione”. Se nel secolo quindicesimo ci fosse stata questa possibilità, nessuna rielaborazione dei dati esistenti avrebbe prodotto il sistema copernicano. Non dimentichiamo poi che in agguato si trovano sempre le cosiddette “allucinazioni”. Qualche giorno fa ho cercato a chi si riferissero alcuni versi di Montale, presenti nelle Occasioni; ottenni come risposta che il poeta li aveva scritti per la morte della moglie. A questo punto mi è balzato il sospetto che il dato non fosse giusto, dal momento che egli rimase vedono nel 1963, mentre la raccolta di poesie era stata pubblicata nel 1939.

Quindi, il vaglio critico si impone in modo cogente oggi più che mai.

Come tutti gli strumenti forgiati dalla nostra stirpe, anche l’Intelligenza Artificiale presenta pregi e limiti: può essere un formidabile strumento di consultazione e un’immensa enciclopedia, ma può essere anche il mezzo per gabellare come proprie composizioni prodotte dal sistema.

La sfida, pertanto, è aperta, ma l’originalità del grande poeta finora non è stata ancora fagocitata dal sistema elettronico.

2) Ha sempre insistito, nel Suo lavoro critico e editoriale, sul valore del “poeta artigiano”, che lavora la parola con rigore, responsabilità e disciplina. Quale ruolo attribuisce oggi a questa figura nella scena poetica contemporanea? Ritiene che l’idea di artigianato poetico abbia ancora forza e significato?

«Tutti gli uomini amano, ma non tutti sanno dire l’amore» (Andrea Temporelli). Viviamo in un periodo di ipertrofia poetica, priva di qualsiasi limite. Il meccanico che aggiusta il motore della nostra macchina ha imparato il mestiere, l’idraulico per guadagnarsi da vivere deve dimostrare di conoscere le problematiche connesse a flusso idrico, l’architetto deve essere iscritto a un albo professionale. Certo la professionalità non è garantita né dall’apprendistato né da un titolo accademico, ma quanto meno ne è testimonianza. Toccherà al singolo guadagnarsi la considerazione della clientela.

Per la poesia non è così. Mi si può obiettare che praticamente tutti hanno affrontato durante la carriera scolastica un percorso di letteratura italiana. Ma non per aver studiato al liceo, Scienze Naturali tutti possono pretendere di lavorare al CERN di Ginevra. Non dimentichiamo poi che oggi nella Scuola Superiore i programmi quasi mai arrivano allo studio della poesia contemporanea in modo approfondito.

Con questo non affermo assolutamente che il poeta deve esibire la laurea in Lettere: non erano laureati in Lettere né Montale né Quasimodo. La carriera scolastica è solo “uno” dei percorsi mediante i quali impadronirsi degli “strumenti” poetici. Ci sono altre maniere di formazione: la frequentazione dei grandi, la lettura delle opere poetiche, lo studio di scritti di carattere estetico, critico, l’esercizio, la corrispondenza (pensiamo soltanto al lavoro compiuto dai direttori della rivista «Atelier» in questi trent’anni di attività), la consultazione delle più importanti riviste ecc. Ma è fondamentale raggiungere la consapevolezza che scrivere autentica poesia è un’impresa molto difficile per la quale occorre talento, esercizio e tanta umiltà. Qualcuno affiderebbe la propria automobile a uno pseudomeccanico privo di strumenti? E, se non lo facciamo per la nostra auto, perché agire in questo modo con la poesia? E basta la formazione liceale? Andreste da un meccanico che lavora con le conoscenze datate un secolo fa?

Non intendo assolutamente censurare coloro che tentano di usare la poesia per esprimere i propri sentimenti. È questione di misura, è questione di presunzione, è questione di consapevolezza. Il problema sorge quando si pretende di aver steso un capolavoro senza un minimo di formazione, un minimo di confronto, un minimo di valutazione critica.

Il poeta, quello vero, quello cresciuto alla scuola dei grandi, è quello che quotidianamente si aggiorna, legge, scrive, si confronta, si corregge e poi distilla pochi versi per un numero “impercettibile” di lettori.

3) Alla luce della contemporaneità — segnata da crisi culturali, sociali e comunicative — pensa che l’atto poetico possa essere ancora una forma di resistenza? E se sì, in che modo la poesia può opporsi all’omologazione e mantenere una propria funzione etica e civile?

La riduzione della letteratura a merce non è “un” fenomeno con cui si deve scontrare l’autore, ma è “il” fenomeno. Se già Leopardi, Karl Kraus, Kierkegaard, Baudelaire, Pasolini, Horkheimer, Adorno mettevano in guardia da questa situazione, quanto più dovremmo discuterne noi che viviamo all’interno di un mondo globalizzato dalla finanza! «Seppure non manchino, dunque, le voci individuali, l’unica possibilità che esse hanno di fare cultura, e dunque di acquisire forza intellettuale e critica, è quella di riprendere, pazientemente, a tessere una trama: riconnettere i fili; riconnettere gli ascolti; rilanciare la parola e l’intreccio di parole, perché lo scienziato-intellettuale, il sociologo-intellettuale, il critico-intellettuale, lo scrittore-intellettuale (dunque l’autore di buona letteratura, provvisto di una visione etica del mondo) possano, un passo alla volta, un filo alla volta, intrecciare le voci, costruire un dialogo fondato sul confronto delle proprie rappresentazioni» vincendo «la tentazione dell’isolamento, del lavoro in solitudine» (Luigi Severi). E il lavoro che attende oggi i poeti deve proporsi come obiettivo il recupero dell’identità, la rifondazione della cultura, la definizione degli àmbiti, il superamento dell’impasse del management (non dimentichiamo che l’idoleggiamento della forma è un frutto di un relativismo incapace di attingere a qualsiasi sia pur minima condivisione di verità) e la condivisione di un progetto di lavoro che non si lascia abbagliare dalle attrattive del mercato.

Chi non accetta l’integrazione nella logica del mercato può perseguire due vie: l’opposizione e/o la testimonianza. Nel primo caso egli opererà prevalentemente contro l’attuale sistema, nel secondo si sforzerà di concepire, vivere e diffondere un sistema di valori autonomamente elaborati, basati su princìpi diversi, autentici e coerenti. Nel primo caso strutturerà le proprie scelte in base, sia pure in forma oppositiva, a schemi altrui, nel secondo in base a modelli propri senza giungere all’isolamento. La testimonianza implica uno spazio di vita teoretica che deve inevitabilmente tradursi in un’azione al servizio della “repubblica dell’umanità”, come sosteneva Seneca, in un’azione che si incarna all’interno della società in cui ci si trova a vivere, con obiettivi che trascendono le leggi mercantiliste, mediante la proposta di altri valori di cui essa è portatrice in forma di responsabilità e non di sterile opposizione. Il “testimone” diffonde le proprie idee non per occupare posizioni di altri, non per contestare le altre idee, ma per coerenza con le proprie all’interno di una personale esigenza di libertà. 

E – sia ben chiaro – non sto tracciando un tipo ideale, perché una simile figura è viva e operante, anche se in modo non visibile. La visibilità è prerogativa delle precedenti figure. Il dissenso nei confronti della cultura del mercato viene testimoniata, più che con proclami, con azioni che impegnano la persona; la contestazione contro l’omertà della critica viene perseguita mediante un lavoro rigoroso e argomentato; l’opposizione ai poteri e alla scalata al successo viene attuata mediante la proposta del valore delle Lettere. Riprendendo concetti già trattati su «Atelier», mi sembra necessario ribadire che quest’azione controculturale viene attuata spostando le finalità dal sistema alla persona, al testo, al lavoro, all’“opera comune”, al dialogo, trascurando la prospettiva di carriera.

Nessun proclama, nessun ostracismo nei confronti del mercato, delle vendite, del mestiere del giornalista, dell’azione manageriale, dei programmi di intrattenimento, ma proprio nell’assegnare a «ciascuna cosa l’esatto valore» (Lucilio), nell’apprezzamento di quanto onestamente raggiunto e nell’attribuire alla persona umana, all’onestà, alla dignità, alla letteratura il primo valore si può intraprendere un cammino capace di condurre a una diversa visione della pratica della poesia.

Come conciliare l’abisso sempre più grande tra ciò che si può fare e ciò che si deve fare? Come agisce «Atelier»? È importante chiarire come i princìpi teorici vengano tradotti in azione.

Per prospettare linee di soluzione, ci si deve immergere nella condizione attuale di «vivere con le differenze», incanalando quella libertà che oggi viene affidata al singolo verso un obiettivo concreto: il destino della poesia non potrà che riassumersi nella parola “dialogo” (questo è stato il vero significato della parola «Atelier»). Il futuro della poesia non sarà la pubblicazione isolata, ma una cultura capace di aprire istanze con ogni mezzo mediatico per ricostruire una vera rete culturale, superando le due caratteristiche della nostra società: l’emporiocentrismo e la parcellizzazione dei sottosistemi.

Come abitudine, non ci limitiamo all’analisi della situazione, ma indichiamo obiettivi concreti per riprogettare e ripopolare una nuova agorà all’interno della “liquidità contemporanea”:

a) accettare la condizione di “emarginazione” della poesia trasformandola in un punto di forza, lottando perché quest’arte continui a “testimoniare” la centralità dell’essere umano in un contesto “emporiocentrico” e tecnocratico. Nella grande poesia, infatti, è presente il segno dell’intero essere umano, del suo trovarsi nel presente, del suo essere storia, individuo, cultura e civiltà, della sua attitudine a progettare il futuro e soprattutto della sua necessità di interrogarsi sui quesiti esistenziali, della relazione con se stesso, con gli altri e con il mondo. Contro la parcellizzazione si propone, senza scendere in precettistiche, la condivisione di poche, ma precise basi, solide e flessibili nello stesso tempo, che possono essere riferite alla concezione personalista dell’essere umano, concepito come unico e irrepetibile e contemporaneamente uguali a tutti gli altri;

b) si tratta di elaborare, anzi di praticare il concetto di “umanesimo integrale”, recuperando criticamente il valore della tradizione. A tal proposito osserva Paul Ricœur: «La crisi della memoria e della tradizione non avviene senza una crisi della proiezione verso il futuro». L’intero Novecento a cominciare dal Futurismo per continuare con le Avanguardie ha causato la crisi della tradizione e della memoria e certo non sono bastati i superficiali recuperi del Mitomodernismo e del Neometricismo, del Neoromanticismo ecc. «Una tradizione non resta vivente se non è sempre reinterpretata», continua il filosofo francese, perché «gli uomini appartenenti alle epoche passate erano portatori di attese, sogni e utopie che non sono stati soddisfatti e che è importante liberare e incorporare alle nostre proprie attese, per fornire loro un contenuto e, oso dire, un corpo. In breve, occorre accedere a una concezione aperta della tradizione. Più esattamente, occorre riaprire il passato e liberare il suo carico di futuro». La tradizione si pone, pertanto, come «deposito per alimentare il nostro slancio verso il futuro», il nostro sogno di riproporre la poesia come espressione dell’integralità dell’essere umano. E questo compito così complesso va esteso a tutti coloro che si occupano del sapere contemporaneo, filosofi, sociologi, psicologi, storici, pedagogisti, politici, ma anche scienziati, fisici, informatici, matematici…

c) è fondamentale, da parte di chi pratica la poesia, la critica letteraria e l’insegnamento, assumere la responsabilità dell’importanza di questo settore, superando pressappochismi dilettanteschi e improvvisazioni; responsabilità richiesta soprattutto agli operatori massmediatici che dovrebbero lavorare con strumenti estranei alla mentalità “emporiocentrica” per una cultura improntata sul concetto di promozione umana;

d) consapevolezza della fragilità di qualsiasi azione, che può contare soltanto sull’entusiasmo, e adozione di un’azione coinvolgente e comune a tutti coloro che credono profondamente in questa forma d’arte;

e) ricerca di strumenti per superare la notoria difficoltà a diffondere una corretta informazione sui concetti cardine su cui si regge oggi la poesia. Troppi appassionati sono ancorati a schemi novecenteschi e non hanno raggiunto la consapevolezza della “svolta” avvenuta a cavallo dei due secoli. E questo è proprio il compito degli operatori massmediatici. Sono loro i cardini di questo orizzonte operativo.

Quale esito produrrà questa azione, dipende da ciascuno di noi. Gli operatori della rivista «Atelier» sono convinti che è possibile ricostruire un movimento di pensiero capace di restituire alla poesia un’immagine veramente pubblica e di ridare voce alle “periferie” della società, nel nostro caso alla poesia.

Oggi, in realtà, la periferia è centro: la poesia oggi non è e non deve più essere un posto per spiantati vagabondi che non conoscono il senso di appartenenza, ma il sogno di un gruppo che, nonostante ogni difficoltà, crede ancora nel valore di un nuovo e aggiornato umanesimo, mai come oggi, indispensabile all’interno di una società emporiocentrica e tecnocratica.

Giuliano Ladolfi

✍️Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistata non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.

ℹ️Info Giuliano Ladolfi: https://www.ladolfieditore.it/index.php/it/chi-siamo/autori/ladolfi-giuliano.html

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