Fenomenologia della frattura: il crollo dell’epos risorgimentale e il cortocircuito etico-pragmatico
Per comprendere la traiettoria deviante della Scapigliatura, occorre inquadrare la krisis etica, politica e culturale dell’Italia post-unitaria. Il Romanticismo italiano, strettamente intrecciato al processo di costruzione nazionale e ancora legato a un persistente retaggio classicistico sul piano linguistico e formale, aveva identificato la letteratura con l’impegno civile del Risorgimento, attribuendole una funzione insieme vaticinante, pedagogica e politica. Dopo l’Unità, tuttavia, questo paradigma entrò progressivamente in crisi: la letteratura dovette confrontarsi con un nuovo orizzonte storico e culturale, nel quale il rapporto tra tradizione, canone nazionale e modernità diventava problematico. Come osserva Gino Ruozzi, «La Letteratura dell’Italia unita 1861-1968 di Gianfranco Contini è stato un titolo canonico della formazione universitaria italiana degli ultimi trent’anni del Novecento» («La letteratura dell’Italia unita», in G. Ruozzi – G. Tellini [a cura di], Didattica della letteratura italiana. Riflessioni e proposte applicative, Le Monnier Università, 2020, 43). Con il compimento dell’Unità e la contestuale espansione del capitalismo industriale, l’intellettuale subisce un radicale processo di reificazione e snaturamento, vedendo infranta l’illusione del suo ruolo di guida morale. In questa topografia di disgregazione socio-culturale, il testo scapigliato azzera il dogma manzoniano de «il vero per oggetto, l’utile per iscopo e l’interessante per mezzo», sostituendovi un’istanza dissacratoria. Il pragmatic failure delle retoriche risorgimentali produce un ribellismo anarcoide e nevrotico, che registra la tensione irresolubile tra illocutionary force (l’aspirazione all’Ideale) e perlocutionary effect (il precipitare nel Vero opaco e degradato del Positivismo).
Trame neuro-estetiche dell’orrore: Fosca e la somatizzazione del Thanatos
Nel romanzo Fosca di Iginio Ugo Tarchetti, il fenomeno del Dualismo – teorizzato liricamente da Arrigo Boito viene convertito in un dispositivo somatico e patologico. Il triangolo relazionale composto da Giorgio, Clara e Fosca rappresenta una mappatura psicanalitica della rimozione e del senso di colpa edipico. Clara è la «floreale e vitale» figura materna integrata, il cui contatto suscita l’illusione di un ritorno regressivo e rasserenante al grembo materno: «Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui». Fosca, al contrario, costituisce il polo opposto e complementare dell’edipismo: la madre terribile e divorante, l’emblema d’una mortification biologica e neurotico-epilettica. La bruttezza di Fosca non è un mero dato descrittivo, è la concretizzazione fisiologica e neuro-patologica d’un istinto autodistruttivo: «Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! […] per la rovina che il dolore fisico e le malattie avevano prodotto sulla sua persona ancora così giovine». Sotto il profilo della critica analitica e delle pragmatics, il discorso narrativo di Tarchetti si avvale di una sofisticata strategia di destabilizzazione semantica: la conversational implicature sottesa all’interazione tra Giorgio e Fosca trascende l’apparente repulsione erotica per rivelare una profonda attrazione morbosa verso la decomposizione biologica e la progressiva cancellazione dell’Io. Il disgusto, infatti, non opera necessariamente come semplice reazione diretta verso un oggetto esterno, è in grado rivolgersi contro il soggetto stesso: David Mason, Darren James, Liz Andrew e John R. E. Fox definiscono il self-disgust come una condizione nella quale «aspects of the self serve as an object of disgust» (The last thing you feel is the self-disgust. The role of self-directed disgust in men who have attempted suicide: A grounded theory study, in «Psychology and Psychotherapy: Theory, Research and Practice», vol. 95, n. 2, John Wiley & Sons, 2022, 575). Ne consegue che, in Fosca, la repulsione di Giorgio non deve essere interpretata come una risposta univocamente orientata verso l’alterità femminile: il corpo patologico di Fosca funziona come uno specchio diasturbante, nel quale il protagonista riconosce ciò che vorrebbe espellere da sé – la vulnerabilità organica, la degradazione della carne e, infine, la propria mortalità. La ricerca di Mason e colleghi sottolinea inoltre le proprietà «distancing and repellent» del self-disgust e il timore che la propria «disgustingness» venga esposta, mostrando come il disgusto possa simultaneamente produrre separazione dall’oggetto e minaccia di identificazione con esso. La conversational implicature tarchettiana produce questo cortocircuito: quanto più Giorgio verbalizza la repulsione per Fosca, tanto più il testo lascia emergere la possibilità che ciò che egli respinge nell’altra costituisca una proiezione della propria corporeità vulnerabile e della propria dissoluzione identitaria. La patologia si fa linguaggio; la sofferenza fisica diviene l’unico speech act dotato di autenticità di fronte alla piatta morale borghese. In una prospettiva di neuroscienza dell’arte, la ricezione del corpo «incadaverito» di Fosca attiva nel lettore e nel protagonista un cortocircuito empatico-avversivo: non è il bello canonico a organizzare la risposta estetica, ma la simulazione incarnata delle posture, delle emozioni e delle sensazioni corporee evocate dalla rappresentazione della sofferenza. Vittorio Gallese sostiene infatti che «embodied simulation is a basic mechanism for experiencing the content and form of artworks» (From “Einfühlung” to empathy: exploring the relationship between aesthetic and interpersonal experience, in «Frontiers in Psychology», 2018, 8). In Fosca, tale simulazione assume una valenza disturbante: il corpo patologico viene incorporato, trasformando la repulsione davanti alla carne sofferente in una forma paradossale di partecipazione somatica.

Biopolitica e politologia dell’arte: la reificazione del corpo tra Tarchetti e De Marchi
L’analisi delle dinamiche corporee nella prosa tardo-ottocentesca richiede una decodifica biopolitica delle strutture di potere. Il corpo malato di Fosca rappresenta l’eccedenza incomprimibile, la devianza che il dispositivo igienista e borghese del Positivismo cerca, invano, di circoscrivere o recludere. La malattia e il disfacimento corporale costituiscono una forma di counter-hegemonic resistance passiva: il corpo deforme rifiuta di farsi forza-lavoro efficiente o strumento di riproduzione sociale. Tale resistenza deve essere interpretata alla luce della teoria dell’estetica politica di Lisa Bogerts, secondo cui le pratiche estetiche di opposizione sono «operating in an intertwined relation with power structure» e possono essere simultaneamente «a trap as well as a resource» (The Aesthetics of Rule and Resistance: Analyzing Political Street Art in Latin America, Berghahn Books, 2022, 5). Nel caso di Fosca, questa dialettica assume una forma corporea: ciò che l’ordine borghese tenta di classificare come patologia, anomalia e impurità ritorna come immagine disturbante della vulnerabilità intrinseca al corpo sociale. La deformità non costituisce, dunque, soltanto un deficit rispetto alla norma, ma rende visibile la violenza della norma stessa, trasformando il corpo escluso in una superficie sulla quale il potere rivela i suoi criteri di classificazione e di controllo. Un parallelismo illuminante emerge con il romanzo Demetrio Pianelli di Emilio De Marchi. Se in Tarchetti il rifiuto della borghesia assume i contorni di un’agonia necrofila e solipsistica, in De Marchi la biopolitica si attua attraverso la violenza del capitale. La rinuncia d’amore di Demetrio nei confronti della cognata Beatrice non è determinata dall’attrazione verso Thanatos, ma dal dogma socio-economico dell’accumulazione capitalistico-borghese. L’unione matrimoniale appartiene di diritto al ricco cugino Paolino, giacché solo il denaro garantisce la sussistenza della struttura familiare. La Milano descritta da De Marchi è un teatro biopolitico «spento e grigio», ove la condotta individuale è regolata dall’amministrazione burocratica e dalla reiezione dell’impeto passionale. Anche in De Marchi il desiderio amoroso si rovescia nell’archetipo materno. Beatrice, nel momento della rivelazione emotiva, s’impone su Demetrio assumendo le sembianze di una madre protettiva inaccessibile, costringendo il protagonista all’accettazione passiva della sua emarginazione (il trasferimento punitivo a Grosseto).
Confronti contemporanei: dal Biological Dread alla Sociologia dell’arte
L’esplorazione del macabro e la somatizzazione dell’angoscia pongono il testo scapigliato in diretta continuazione con la sensibilità filosofico-letteraria contemporanea. La descrizione tarchettiana della morte che permea la carne viva anticipa il biological dread e il pessimismo cosmico di filosofi contemporanei come Eugene Thacker (In the Dust of This Planet) e Thomas Ligotti (The Conspiracy Against the Human Race). Dove Tarchetti scrive che «il vederla già consunta, già incadaverita, abbracciarmi… dava ogni giorno maggior forza a questa fissazione spaventevole», si avverte la medesima intuizione dell’essere umano quale ‘marionetta biologica’ esposta al vuoto ontologico. Il trattamento estetico dell’orrido trova il proprio paradigma teorico nel concetto di abjection elaborato da Julia Kristeva: il corpo di Fosca, segnato dalla malattia e dalla prossimità della morte, destabilizza il confine tra soggetto e oggetto, sano e patologico, puro e impuro. Kristeva definisce l’abietto «the jettisoned object», ciò che viene espulso ma che, proprio dall’esclusione, «draws me toward the place where meaning collapses» (Powers of Horror: An Essay on Abjection, Columbia University Press, 1982, 2/3). Il fascino disturbante di Fosca nasce da questa ambivalenza: il corpo respinto ritorna come minaccia di dissoluzione dell’identità. Analogamente, nella narrativa di Michel Houellebecq e J. G. Ballard, sessualità, desiderio e degradazione fisica vengono inscritti nei dispositivi di mercificazione del capitalismo avanzato. L’orrido diviene il nucleo in cui l’ordine sociale rivela la sua componente mortale.
Conclusione
In ultima analisi, il confronto tra l’esperienza scapigliata e la narrativa del tardo Ottocento evidenzia due risposte speculari alla medesima sofferenza storica. Da un lato, Tarchetti sceglie la via della dissoluzione neuro-erotica: Giorgio, progressivamente catturato dalla malattia di Fosca, trasforma il suo coinvolgimento nella passione patologica in un’esperienza di disgregazione somatica e identitaria. Edwige Comoy Fusaro interpreta la Scapigliatura di Tarchetti come una letteratura di «brouillages narratifs et idéologiques», nella quale la crisi post-unitaria si traduce in una radicale destabilizzazione delle forme e dei significati (Brouillages scapigliati. Études sur Iginio Ugo Tarchetti et Camillo Boito, Presses universitaires de Provence, 2022). Dall’altro lato, De Marchi oppone alla trasgressione tarchettiana la via della rassegnazione etica: Demetrio sacrifica il suo impulso amoroso alle convenzioni familiari e alla necessità economica, sublimando la sconfitta in una forma di eroismo quotidiano. Entrambi i protagonisti occupano così una posizione liminare rispetto all’ordine sociale; come osserva l’antropologa Geneviève Bell, la liminality permette di mettere in evidenza «changing ideas about temporality, embodiment and relationships» (Pandemic Passages: An Anthropological Account of Life and Liminality during COVID-19, in «Anthropology in Action», 28, 2021). Giorgio e Demetrio incarnano precisamente questa condizione di soglia: il primo attraverso la malattia e la trasgressione erotica, il secondo attraverso la rinuncia e l’autosoppressione del desiderio. In entrambi i casi, dunque, l’Amore si rivela impossibile perché entra in collisione con un ordine sociale che ne determina preventivamente i confini, anticipando quella frattura dell’uomo moderno nella quale desiderio individuale e norma collettiva cessano di coincidere.
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