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Il criterio dinanimista alla prova della poesia contemporanea: attraversare una poesia di Davide Rondoni

Dopo essere stato messo alla prova su testi generati dall’intelligenza artificiale e su autori lontani tra loro come Montale e Thoroddsen, il “criterio dinanimista dell’azione poetica nel reale” si confronta ora con la poesia contemporanea vivente. Non per cercare conferme, ma per verificarne la tenuta su un linguaggio contemporaneo.

Tra le voci che più espongono la parola, ho scelto di partire da Davide Rondoni. Non come caso esemplare, ma come punto di verifica: capire se e quando la parola, oltre a essere forte, riesce davvero ad accadere.

La poesia che ho scelto è “Bartolomeo” e la scelta nasce dal nucleo che attraversa il testo. Un Padre in dialogo con suo figlio. Una dimensione — oserei dire — abbastanza usuale, in cui, solitamente, risulta molto più difficile inserire attrito o trasformazione.

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansìe di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento —
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…

In questo testo, tratto dalla pagina “Italian Poetry” dedicata al Poeta bolognese, la necessità emerge già nel tema ma anche nel gesto stesso del dire poetico — appunto una consegna di memoria da padre a figlio.

Anche il passaggio dal quotidiano all’universale che si snoda nel susseguirsi dei versi è segno di una vera urgenza poetica. L’Autore sente il bisogno di definire il mondo partendo dalla lettura di sé — dal particolare all’universale.

Il rischio consiste nell’esposizione personale del Poeta e nel tema scelto, che è già rischioso perché appartiene alle grandi aree tematiche affrontate spesso dalla poesia nel tempo.  La densità di tradizione e di interventi su questo argomento aumentano inevitabilmente la complessità di esposizione e di conseguenza il rischio.

Più delicata è la concentrazione degli altri tre assi in un solo punto del testo: “e la pastiglia cadere nel bicchiere”.

Qui accade qualcosa. Un piccolo inciampo che interrompe il flusso delle immagini, creando attrito e riportando il discorso sulla soglia del reale.

È in questo scarto che la poesia cambia passo: il quotidiano si incrina, l’universale si concretizza, e il lettore è costretto a fermarsi.

Da qui nasce la trasformazione — non dichiarata, ma subita — e con essa una possibile durata: quell’istante resta, e può riattivarsi nel tempo, non subito, ma quando un gesto simile tornerà a verificarsi nella vita, negli occhi dei nostri figli.

Anche alla prova della contemporaneità, il “criterio dinanimista dell’azione poetica nel reale” mostra la propria tenuta.
Non perché conferma ciò che già sappiamo, non perché stabilisce cosa sia o non sia poesia, ma perché serve a comprendere quando e come la parola agisce nel reale, intercettando il punto in cui la parola smette di scorrere e comincia ad accadere.

E a volte, soprattutto oggi nel tempo dello scroll, basta un verso.

Zairo Ferrante

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