Nel contributo di Zairo Ferrante pubblicato su Periscopio Online nella rubrica Parole a capo, dal titolo “Dal produttore al prodotto: quando la parola accade. AI tra poesia e medicina“, il tema del rapporto tra poesia e intelligenza artificiale viene affrontato non in termini ideologici, ma come spazio di interrogazione aperta.
Il punto di partenza è la necessità di sottrarre il dibattito a posizioni rigide o semplificate, che tendono a contrapporre in modo sterile umano e macchina. Il testo si inserisce invece in un percorso di riflessione progressiva, che prova a comprendere cosa accade al linguaggio poetico nel confronto con i nuovi strumenti tecnologici.
In questo contesto, emerge una prima consapevolezza: il funzionamento dell’intelligenza artificiale, basato su relazioni tra probabilità e contesto, può produrre testi che, almeno sul piano formale, si avvicinano alla struttura del linguaggio poetico.
Come viene osservato:
“l’operare dell’IA è un calcolo tra probabilità e contesto”
E tuttavia, il nodo non è puramente tecnico o linguistico. Il punto di frizione si apre quando il linguaggio sembra avvicinarsi a una forma di necessità:
“quando si fa gesto… la sintassi sfiora la natura ‘necessaria’ del verso poetico”
È proprio qui che il confronto diventa significativo.

La questione non riguarda soltanto la capacità dell’IA di imitare la forma poetica, ma il senso stesso del fare poesia oggi.
Il contributo evidenzia anche una criticità più ampia della poesia contemporanea, mettendo in discussione una certa deriva estetizzante e autoreferenziale:
“rinuncia alla nozione di poetica come campionario di cliché neoromantici e lirica cosmetica”
In questo scenario, l’intelligenza artificiale non è soltanto una sfida esterna, ma uno specchio che costringe a interrogare la natura del linguaggio poetico e la sua funzione.
Dal confronto con altri ambiti:
“Oggi nessuno si chiede se l’ingegnere che ha progettato la casa abbia utilizzato o meno l’intelligenza artificiale per fare i calcoli. E allo stesso modo non ci chiediamo se un medico, per arrivare a una diagnosi, o un chirurgo, per programmare un intervento, si siano serviti di sistemi di intelligenza artificiale.
Anzi, in quest’ultimo caso, considerata la mia posizione sul campo, stresso l’esempio e aggiungo che se un medico non si serve dell’AI a sua disposizione e sbaglia una diagnosi, molto probabilmente, tale comportamento verrà giudicato come un’aggravante in sede di processo.
Quello che facciamo, in entrambe le situazioni, è valutare il risultato: la casa regge? La cura funziona? L’intervento è riuscito? … “
ne deriva una riflessione:
“… Forse è da qui che bisogna ripartire anche per la poesia. Non dall’origine del testo, ma da ciò che quella parola è in grado di fare. Ma con una differenza decisiva: una casa sta in piedi o crolla. Una cura funziona o fallisce. La poesia no.
La poesia non si misura per funzionalità, ma per incidenza. Per la sua capacità di entrare nel reale, di produrre attrito, di modificare – anche impercettibilmente – l’esperienza umana di chi legge. Un accadimento che non si può decidere a monte, ma che si verifica, oppure no, nell’esperienza.
Il testo si muove quindi lungo una linea di equilibrio: da un lato riconosce la capacità dell’IA di produrre forme linguistiche complesse e coerenti; dall’altro lascia aperta la domanda su ciò che rende un testo realmente poetico.
Non viene proposta una risposta definitiva, ma viene indicata una direzione: uscire dalle contrapposizioni ideologiche e riportare la riflessione sulla poesia a un terreno più concreto, in cui il linguaggio non sia solo costruzione formale, ma esperienza capace di incidere.
In questo senso, il confronto con l’intelligenza artificiale diventa un’occasione per ridefinire il senso stesso della poesia nel presente, più che un problema da risolvere in termini teorici.
La domanda, allora, non è più se sia stato scritto da una macchina o da un uomo. La domanda è un’altra: saremmo in grado di riconoscerlo? E soprattutto: accadrebbe davvero qualcosa leggendo quel verso, oppure no? E qui, forse, la risposta non è né tanto scontata né così rassicurante. Per questo oggi non basta più chiedersi chi scrive. Occorre chiedersi quando una parola diventa necessaria, quando incontra attrito, quando trasforma, quando rischia, quando resta.
Perché, il problema non è se l’intelligenza artificiale possa scrivere poesia, ma quanta poesia umana reggerebbe allo stesso tipo di verifica.
LEGGI L’ARTICOLO COMPLETO SU: “Parole a capo” di Pier Luigi Guerrini





