3) MAGAZINE DINANIMISTA (...La voce critica del Dinanimismo)

Davvero una bella poesia. Meriterebbe una pubblicazione… se vieni a cena con me.

a cura di Zairo Ferrante


In realtà il caso Murgia sta spostando la mia attenzione su qualcosa che vorrei condividere con i lettori. La vicenda ripropone una domanda antica e ancora irrisolta: si giudica l’opera o si giudica l’autore? E, prima ancora, quando si assegna spazio a un libro, a una silloge o a una voce poetica, si sceglie davvero l’opera oppure si sceglie chi l’ha scritta?

E forse la domanda diventa ancora più urgente quando il giudizio sull’opera rischia di essere condizionato da fattori che con la letteratura hanno poco a che fare. Non dalle idee dell’autore, ma dai rapporti di potere che regolano l’accesso agli spazi culturali.

C’è poi un altro aspetto che da tempo mi interroga. Nella poesia contemporanea vedo emergere, spesso in modo necessario e condivisibile, una forte attenzione all’emancipazione e alla valorizzazione dell’universo femminile. È un processo importante e, per molti aspetti, salutare.

Tuttavia, confrontandomi negli anni con diverse amiche e poetesse, mi sono imbattuto anche in racconti meno rassicuranti. Racconti di richieste ambigue, di attenzioni interessate, di dinamiche in cui la possibilità di una pubblicazione, di una recensione o di una maggiore visibilità viene talvolta intrecciata a forme più o meno esplicite di corteggiamento, pressione o aspettativa personale da parte di figure che occupano posizioni di potere culturale.

E tuttavia non voglio affermare che questo rappresenti il mondo della poesia nel suo insieme. Sarebbe ingiusto verso le tante persone serie, corrette e generose che lo abitano.

Ma una cosa credo sia necessario dirla: se un fenomeno del genere accade anche una sola volta, merita di essere nominato. E dire che accada una sola volta, per ciò che ho ascoltato negli anni e per alcune esperienze raccolte direttamente da alcune poetesse, sarebbe probabilmente un eufemismo.

Per questo la questione non riguarda soltanto la reale bontà del mondo poetico. Riguarda la reale bontà della nostra società. Perché ogni volta che una posizione di potere viene utilizzata per ottenere qualcosa che nulla ha a che fare con il valore di un’opera, il problema non è letterario: è umano.

Ecco perché mi è sembrato importante scrivere queste righe. Non perché abbiano la pretesa di cambiare le cose da sole, ma perché la possibilità di parlarne apertamente è già un modo per limitarne la diffusione.

Il silenzio protegge i comportamenti scorretti. La consapevolezza, invece, li rende più difficili.

Ricordando sempre che la cosa più bella resta un’altra: corteggiare ed essere scelti liberamente. Una pubblicazione dovrebbe nascere dalla forza di un testo. Una recensione dall’interesse per un’opera. Un rapporto umano da un desiderio reciproco e disinteressato.

Se davvero crediamo che a essere giudicata debba essere l’opera, allora occorre interrogarsi anche sulle condizioni che permettono a un’opera di arrivare ai lettori. E chiedersi se l’accesso agli spazi culturali sia sempre determinato dalla qualità dei testi o se, talvolta, entrino in gioco fattori che con la letteratura hanno poco a che fare.

Forse il punto non è scegliere tra il giudizio sull’autore e quello sull’opera. Forse il punto è costruire contesti nei quali l’opera possa essere letta per ciò che è, senza privilegi, senza ricatti e senza rendite di posizione. Perché la letteratura e, soprattutto, la poesia dovrebbero essere uno dei luoghi in cui il talento incontra la libertà, non uno dei luoghi in cui il potere cerca nuove forme per esercitarsi.


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