Un gruppo di persone siede intorno a un ruscello di notte sotto le radici luminose di un grande albero, mentre flussi di luce magica si alzano dall'acqua.

Per una poetica della “nonseparazione”

Oggi, sempre più spesso, alla poesia viene richiesto di essere forma e non messaggio. Vetrina e non oggetto. Ciò comporta un inevitabile incremento della complessità del linguaggio, che deve apparire a scapito della funzione.

Quando il poeta non si separa dal mondo mentre parla, ma vi resta radicato e capace di interpretarlo e costruirlo, la semplicità diventa una funzione sociale del linguaggio.

Seguendo il pensiero meschonniano, la parola scritta – e quindi anche la poesia – deve essere capace di non separarsi dal tempo in cui abita.

Tale “nonseparazione” mentre si dice o – meglio – la capacità di abitare ciò che si dice, diviene condizione essenziale per plasmare un concetto nel momento stesso in cui prende forma.

Un radicamento morale che trova nell’esperienza la propria verifica.

Il poeta è colui che riesce a dimorare nei conflitti, nelle relazioni e nel tempo in cui vive, senza descriverlo, ma facendo – per mezzo del linguaggio e quindi del discorso (ritmo, secondo Meschonnic) – accadere una possibilità di senso.

Questa possibilità di senso coincide con il manufatto poetico mediante il quale il poeta-artigiano può svolgere il proprio ruolo sociale: creare un dinamismo dell’anima per generare pensiero e costruire coscienza.

Affinché tale ruolo veda il suo compimento nella dimensione reale, occorre che si realizzi un’ulteriore condizione: il manufatto deve manifestarsi al mondo ed essere capace di circolare nel tempo in cui si è organizzato per mezzo del linguaggio.

È qui che interviene la semplicità, intesa come continuità tra esperienza e parola, senza alcuna concessione alla banalità. Una qualità incarnata in un linguaggio che non interrompe la relazione, ma che – al contrario – diviene capace di rafforzarla e consolidarla rispetto al tempo e al pensiero dominante.

Una semplicità che qui va connotandosi sempre più come funzione sociale, capace di permettere al senso di circolare, di diventare condivisibile senza pacificarsi con il sistema dominante e di diffondersi ubiquitariamente per costruire “coscienza collettiva”.

Una caratteristica fondante del ruolo di quel poeta che sceglie consapevolmente di non ergersi a vate e di non essere commentatore del mondo.

Il poeta resta nel proprio tempo e risponde delle parole che sceglie.

Una presenza (o “nonsottrazione”) che diviene atto di resistenza e che si separa – nei modi, ma non nel fine ultimo – da una certa “poetica della sottrazione” di memoria adorniana, in cui la contrazione del linguaggio, unita a una voluta opacità costruttiva, assumono la funzione di elemento costitutivo imprescindibile.

Sottrazione che, pur nascendo come forma di resistenza rispetto al pensiero dominante – specie oggi, nella società contemporanea, veloce e ipertecnologica – può correre il rischio di trasformarsi in isolamento, con inevitabile perdita di funzione sociale da parte della poesia e del poeta.

In questa prospettiva, il Dinanimismo non propone una poetica, ma una condotta: prediligere la semplicità all’incomprensibilità quale forma di resistenza, per permettere al poeta di continuare ad abitare il mondo senza sottrarsi.

Zairo Ferrante

Bibliografia minima:

  1. Henri Meschonnic, Il ritmo come poetica. Conversazioni con Giuditta Isotti Rosowsky, Bulzoni, Roma 2007.
  2. Theodor W. Adorno, Note per la letteratura (1943–1961), Einaudi, Torino 1979, in particolare “Discorso su lirica e società”, pp. 46–64.

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