Nato a Roma, dove vive, Giuseppe Lorin è scrittore, attore, regista e saggista, con un percorso che intreccia teatro, parola poetica e ricerca storico-culturale. Autore di numerosi saggi e opere narrative, ha dedicato una parte centrale del suo lavoro al rapporto tra voce, interpretazione e trasmissione del senso.
In questa conversazione il linguaggio poetico viene affrontato a partire dalla scena: non come testo da analizzare, ma come parola incarnata, che vive nel corpo dell’attore e nell’ascolto dello spettatore. Il teatro emerge come luogo in cui la poesia non perde autonomia, ma si compie attraverso la fisicità, la dizione e l’interpretazione.
Questa prospettiva si colloca in continuità con il pensiero dinanimista sull’incarnazione della parola poetica, pur differenziandosi nella valutazione dell’incidenza che le moderne tecnologie possono avere sui processi di produzione artistica, considerate – in ottica dinanimista – non come potenziali creatori ma come “interlocutori” inevitabili.
Nel teatro la poesia vive nell’attore: il verso diventa presenza e non sottrazione. Ne deriva una visione dell’artista come mediatore di coscienza critica, in cui poesia e teatro si configurano come strumenti di responsabilità collettiva e di impegno civile e sociale.


1. Come può il linguaggio poetico umano coesistere con le intelligenze artificiali, senza perdere la propria specificità?

Bisogna vedere che cosa si intende per linguaggio poetico. Per me che sono un attore il linguaggio poetico è quello dei grandi autori che hanno segnato le emozioni dall’antichità fino ai giorni nostri. E posso nominare oltre a Eschilo, Sofocle, Euripide, il grandissimo Shakespeare.

C’è l’identificazione, l’entità poetica portata a teatro. L’interpretazione va ascoltata e compresa. L’intelligenza artificiale, prescindendo che si intuisce immediatamente che un testo è fatto non di propria spontaneità, ma con l’ausilio di qualcosa di artificiale, per una serie di errori o meglio “orrori” grammaticali. Si capisce che è sempre sottomessa e lontana dalla vera intelligenza del gene umano.

La spiritualità che ha la parola dell’uomo, l’intelligenza umana non è paragonabile alla freddezza inaudita dell’intelligenza artificiale, io nemmeno la nominerei intelligenza, ma come ausilio di notizie spesso fake.

2. Nel tuo lavoro il linguaggio poetico incontra spesso il palcoscenico: in che modo la poesia può essere portata in scena senza snaturarsi, mantenendo intatta la propria densità e autonomia formale?

In questo caso sono la fisicità e la preparazione dialettica dell’attore che è in scena a portare la poesia, ovvero la vera entità dell’autore che ha scritto quel testo.

L’attore fa rivivere quelle emozioni scritte e vissute dall’autore, le presenta a chi ascolta e a chi vede lo spettacolo. È lì la sua genialità.

3. Poesia e teatro condividono una dimensione incarnata della parola: pensi che questo binomio possa oggi contribuire a creare coscienza critica e responsabilità collettiva, e a quali condizioni?

Parliamo di stili teatrali. Ecco qui è lo stile teatrale sociale, è il teatro degli interpreti e autori come Dario Fo, Pier Paolo Pasolini, Umberto Saba con il suo modo di critico di vedere la società, Ungaretti, Brecht. Sono queste le interpretazioni della società che risvegliano le coscienze e fanno riflettere su quello che sta accadendo. Fanno impugnare la forza del riscatto e della libertà nel popolo.

Le condizioni possono essere varie: una è quella del proprio sacrificio a favore di una società sana, un’altra è quella della ribellione verso i despoti. Ogni scelta è frutto di una maturità sociale individuale che deve mirare a un benessere collettivo.


✍️ Nota editoriale: Questo spazio nasce come luogo di confronto critico e di verità. Le risposte sono pubblicate integralmente e senza interventi redazionali. Le posizioni espresse dall’intervistato non implicano adesione al movimento e non sono automaticamente riconducibili al Dinanimismo.

ℹ️ Info Giuseppe Lorin:  Giuseppe Lorin – Autore – Bonfirraro Editore – Libri, ebook e audiolibri

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