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di Ivan Pozzoni – La storia di Occupy Wall Street tra corpo, spazio e linguaggio

Una folla di persone in una strada tra edifici alti, con un'esplosione digitale di particelle luminose e codici che si diffonde dal centro.

Occupy Wall Street nasce ufficialmente il 17 settembre 2011, quando alcune centinaia di manifestanti raggiungono Zuccotti Park, nel Lower Manhattan, dopo che le autorità hanno impedito l’accesso ad altri spazi previsti. L’occupazione si prolunga due mesi e viene sgomberata il 15 novembre. Il movimento si sviluppa nel clima successivo alla crisi finanziaria del 2007-2008 e dentro la più ampia sequenza di mobilitazioni del 2011, dalla primavera araba agli Indignados spagnoli. La sua peculiarità consiste nella trasformazione dello spazio in enunciato: occupare non indica soltanto una posizione fisica, diventa un speech act. Il corpo collettivo dice «siamo qui» attraverso la permanenza. La formula «We are the 99%» funziona nello stesso modo: il pronome we costruisce il soggetto mentre lo enuncia. La cifra, proveniente dal linguaggio economico della disuguaglianza e resa celebre anche dall’articolo di Joseph Stiglitz Of the 1%, by the 1%, for the 1% (Vanity Fair, 2011), viene trasformata in identità collettiva. Nel materiale di Occupy ricorre l’espressione «we are your allies» (Occupy Wall Street Declaration, New Politics, 2012), mentre il testo dichiara «as one people, united» e afferma che «the future of the human race requires the cooperation of its members». Il movimento non possiede una sola voce istituzionale: costruisce una polyphony di voci attraverso assemblee, cartelli, testimonianze personali e social media.

David Graeber, tra gli organizzatori, descrive la scelta come «a genuine attempt to create the institutions of a new society in the shell of the old» (Occupy’s Anarchist Roots, 2011). In un’altra formulazione, il problema delle richieste viene ricondotto alla grammatica stessa della protesta: «who are you asking to do that?» (The Charnel-House, 2012). La domanda è pragmatica: ogni demand possiede un destinatario e riconosce implicitamente l’autorità alla quale viene rivolta. Occupy tende invece a sostituire il modello verticale I demand that you… con una pratica performativa del we: l’assemblea non parla soltanto di democrazia, mette in scena una forma di decisione collettiva. La Declaration afferma che «a democratic government derives its just power from the people» e che «no true democracy is attainable when the process is determined by economic power» (Occupy Wall Street Declaration, New Politics, 2012).

La struttura linguistica di Occupy deve essere letta attraverso la pragmatica: deixis, speech acts, presupposition, implicature, indexicality e performativity. Il termine occupy possiede un doppio valore: descrive un’azione e la produce. «Occupy Wall Street» è contemporaneamente locutionary act e illocutionary act: nomina l’azione e ordina simbolicamente lo spazio. Il parco diviene un testo tridimensionale. L’assemblea generale costituisce il dispositivo narrativo, il cartello la frase breve, il corpo il supporto materiale, la rete digitale il sistema di propagazione. Manuel Castells osserva che le fotografie, i video e i commenti costruivano «a real-time network of communication overlaid on the occupied space» (Networks of Outrage and Hope, Polity, 2012, 175). Il dato è rilevante verso l’antropologia dell’arte: Zuccotti Park viene trasformato in installation, performance e spazio comunitario. Hardt e Negri definiscono l’occupazione una sorta di «performance piece that generates political affects» (Declaration, Argo-Navis, 2012). Il segno politico viene sottratto alla sola rappresentazione e trasferito nel corpo. Judith Butler, intervenendo a Zuccotti Park, osserva: «we are assembling in public, we are coming together as bodies in alliance» (Occupy Wall Street speech, 2011). L’espressione bodies in alliance è decisiva: la collettività non viene presupposta come entità astratta, viene prodotta dalla co-presenza fisica. L’estetica diventa una tecnologia politica. Il cartello scritto a mano, la tenda, la biblioteca, la cucina collettiva, il human microphone e il gesto delle mani costituiscono elementi di una visual grammar. La neuroscienza sociale permette di aggiungere un livello: la sincronizzazione percettiva, l’attenzione condivisa, la ripetizione ritmica e il social salience possono favorire la formazione di rappresentazioni collettive. Il punto non è attribuire alla neuroscienza una causalità diretta sul movimento; è comprendere perché slogan brevi, immagini ricorrenti, corpi ravvicinati e rituali partecipativi siano facilmente condivisibili. Zeynep Tufekci mostra come gli strumenti digitali possano «rapidly amass large numbers of protesters with a common goal» (Twitter and Tear Gas, Yale University Press, 2017, 23). La rete moltiplica la velocità di convocazione, mentre l’occupazione fisica produce il necessario embodiment. Da qui una delle tensioni fondamentali di Occupy: il movimento è contemporaneamente digitale e corporeo, mobile nella comunicazione e immobile nello spazio. David Harvey individua proprio nell’occupazione urbana un elemento centrale della sua lettura di #OWS, dedicandole il capitolo «The Party of Wall Street Meets Its Nemesis» (Rebel Cities, Verso, 2012, 159). La formula «the right to the city» diventa un empty signifier: il significante deve essere riempito da conflitti differenti riguardanti abitazione, lavoro, debito, spazio pubblico e accesso alle risorse.

Una folla di persone in una strada tra edifici alti, con un'esplosione digitale di particelle luminose e codici che si diffonde dal centro.

La storia di Occupy può essere infine collocata dentro una costellazione intellettuale contemporanea. Richard Sennett aveva scritto che «Instability is meant to be normal» (The Corrosion of Character, W. W. Norton, 1998, 31): Occupy porta nello spazio pubblico una generazione per la quale precarietà, debito e incertezza sono diventati esperienze sociali. Anthony Giddens aveva definito il disembedding come «lifting out» delle relazioni dai contesti locali (The Consequences of Modernity, Stanford University Press, 1990, 21): la rete digitale radicalizza questo processo, collegando esperienze individuali distanti. Christopher Lasch descrive relazioni «fleeting and insubstantial» (The Culture of Narcissism, W. W. Norton, 1979, 23), mentre Byung-Chul Han definisce il presente «an achievement society» (The Burnout Society, Stanford University Press, 2015, 9). Mark Fisher osserva che il capitalist realism trasforma il sistema in «a pervasive atmosphere» (Capitalist Realism, Zero Books, 2009, 16). Occupy interviene precisamente su questa atmosfera trasformando ciò che appare inevitabile in oggetto di discussione pubblica. Jacques Rancière offre un’altra chiave attraverso la formula «the spectator also acts» (The Emancipated Spectator, Verso, 2009, 13): l’osservatore interpreta, seleziona e ricompone il significato. Zuccotti Park rende questa trasformazione visibile, poiché il cittadino-spectator viene invitato a diventare partecipante. La critica letteraria analitica permette di leggere «We are the 99%» come una micro-narrazione: we è deixis inclusiva; are costruisce identità nel presente; the 99% produce una categoria quantitativa trasformandola in personaggio collettivo. La frase possiede inoltre una potente presupposition: se esiste un 99%, deve esistere anche un 1%. Il numero diventa antagonista narrativo. La forma grammaticale produce una mappa politica. La conclusione storica richiede però una distinzione: Occupy non trasformò direttamente la propria protesta in un programma politico unitario e le sue occupazioni furono progressivamente sgomberate. La sua eredità si trova soprattutto nella circolazione di repertori, lessici e forme organizzative: «99%», assemblea orizzontale, occupazione dello spazio, narrazione personale, human microphone, uso politico della rete.

Occupy Wall Street deve quindi essere ricordato come un esperimento di trasformazione del segno in azione. Una cifra economica diventa un’identità; un parco diventa un’assemblea; una tenda diventa un’affermazione politica; un pronome, we, diventa una forma provvisoria di comunità. La sua storia mostra soprattutto una cosa semplice: un movimento nasce anche quando le persone cambiano il significato di parole e spazi esistenti. Occupare significava allora prendere posto, rendersi visibili e costringere il linguaggio pubblico a registrare una presenza. La politica di Occupy è stata questo: trasformare la presenza in frase e la frase in spazio condiviso.

Ivan Pozzoni


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