a cura di Alessio Miglietta
Appena ho avuto tra le mani Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni, dopo pochissime pagine, un interrogativo critico ha preso piede con forza inevitabile: ci troviamo davvero di fronte a una rivoluzione letteraria necessaria o alla maggiore silloge tardomodernista mai concepita? La risposta si svela immediatamente attraverso una provocatoria tautologia strutturale, una raffinata mossa di auto-canonizzazione e anti-marketing in cui l’autore edifica in prima persona l’impalcatura teorica del tardomodernismo nelle pagine introduttive, ne definisce i confini e, di conseguenza, incorona il proprio testo come l’apice monumentale di questa corrente, rifiutando le regole e i giudici del gioco per proclamarsi vincitore assoluto di una partita solitaria, che attende ancora una reale sponda collettiva.
Questa produzione, senz’altro coraggiosa, trasforma il libro in un vero e proprio ariete scagliato contro le mura del conformismo, un dirottamento culturale (hijacking) che elegge a proprio bersaglio allegorico l’intero establishment artistico ed editoriale italiano, quel sistema estremamente circoscritto e ironicamente ribattezzato “Mondazzoli”, dove i “cardinali” e i “curiali” della critica difendono una mercificata kitchen poetry, una lirica seduttiva asservita alle logiche del neo-consumismo e destinata a una “necroeditoria” satura di volumi a scadenza semestrale (forse anche meno) già pronti per il macero. Per far collassare dall’interno questo assetto verosimilmente malato, Pozzoni innesca una risonanza magnetica quasi “terroristica” e un totale sovraccarico linguistico che rifiuta ogni accomodamento, dove la forma-poesia viene deliberatamente sabotata per trasformare la scrittura in una prassi distopica e “an-estetica”, che urla al sistema che “Cadorna è sotto Porta Pia”.
La spinta propulsiva dell’opera risiede nella capacità scientifica di utilizzare il disgusto, la rabbia e una destabilizzante tecnica di riot poetry dove un alto gergo filosofico, sociologico e politologico di Habermas, Bachtin, Lyotard, Bauman e Rorty si fonde nello stesso respiro con la cruda violenza del trash alla Alvaro Vitali, Pierino, Lino Banfi e il vino Sancrispino, attivando una particolare carnevalizzazione e uno spaesamento cognitivo che rivendica il famigerato diritto di “perculare”, al fine di annichilire l’estetica borghese.
Tuttavia, esaminare tecnicamente questo flusso magmatico significa anche individuarne alcuni limiti strutturali: il moto ondulatorio della provocazione e il totale disprezzo per gli “epigoni Rubik” rischiano di avvitarsi in un loop ossessivo, che ci può stare, ma allo stesso tempo ripetitivo, dove la furia slitta troppo frequentemente dal piano sistemico alla polemica, saturando lo spazio relazionale, trasformando quindi il lettore in un bersaglio spesso passivo anziché in un partner d’interazione sociale.
La sbandierata necessità di una piena trasparenza concettuale finisce così per scontrarsi con un accumulo caotico di invettive personali e una “bio Munchhausen” volta a deridere il narcisismo contemporaneo che, per eccesso di reiterazione, rischia di depotenziare la reale carica eversiva del testo. Questo meccanismo fa scivolare la rivoluzione in un rumore di fondo che rischia di generare lo stesso vuoto di senso che dichiara di voler combattere. Eppure, proprio scavando sotto questa spessa armatura d’amianto, dietro la neurodiversità autistica e sociopatica e una ostentata “cirrosi empatica” di freddezza militare, si scopre il nucleo più autentico, vulnerabile e disperato dell’opera: l’aggressività dell’assalto si rivela come l’estrema difesa di un’ipersensibilità delusa e isolata, che emerge in squarci dolorosi a partire dalla dolente dedica “Alla cenere in un cimitero di Trescore Balneario”.

Il rovescio della medaglia di tale militanza eversiva è tutto nella confessione di un autore per cui “l’introspezione mi introverte”, un individuo che si percepisce come un animale ferito con le zampe all’aria e il ventre esposto, animato da una voce che ama profondamente la vita, la ama eppure non riesce a farlo appieno, dimostrando che la critica non è affatto morta ma si è riappropriata del fare arte facendosi guerriglia testuale, per difendere le proprie ferite più profonde.
In definitiva, Lo Stato Pontificio si impone come un’opera profondamente instabile (come un’arma nucleare) e divisiva, totalmente estrema, sospesa tra il sabotaggio situazionista e la trappola di un nuovo dogmatismo accademico.
Un libro che trascina perché si rifiuta categoricamente di piacere, offrendo a chi legge non una comoda assoluzione, ma la radiografia onesta di un pensiero in perenne, violenta e disperata trasformazione.
Alessio Miglietta
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