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L’Inganno della Morte: Elogio della Transitorietà e del Rito di Passaggio

a cura di Alessio Miglietta


​”Passiamo l’intera esistenza a voltare lo sguardo, a fingere che l’ombra non ci segua, terrorizzati da un sipario che ci ostiniamo a chiamare fine. Ma se quell’abisso che tanto temiamo fosse, in realtà, la più grande illusione della nostra mente?”

​Fin dal momento in cui emettiamo il nostro primo respiro, ci incamminiamo inesorabilmente verso l’ultimo. È una verità innegabile, l’unica vera certezza scolpita nell’architettura stessa dell’esistere. Eppure, la società contemporanea ha trasformato questa naturale conclusione in un tabù indicibile, in una tragedia cosmica da cui rifuggire a ogni costo. Combattiamo la morte, la ignoriamo, la nascondiamo dietro a schermi e distrazioni, vivendo nell’assurda finzione di un’eterna permanenza.

​Ma esiste una saggezza antica, una prospettiva filosofica profonda che ci invita a capovolgere questo paradigma: la morte non è un nemico da sconfiggere, né un mostro da temere. È, molto più semplicemente, una transizione. Un respiro che si esaurisce per lasciare spazio a un altro, naturale e silenzioso come l’alternarsi inesorabile delle stagioni. Coloro che riescono a interiorizzare questa cruda e meravigliosa verità non solo smettono di tremare di fronte al buio, ma iniziano, paradossalmente, a vivere con una gioia e una pace fino a quel momento sconosciute.

Bisognerebbe innanzitutto eliminare l’illusione dell’Io e la paura di scomparire.

​Per comprendere la radice del nostro terrore, dobbiamo prima sezionare l’oggetto stesso che temiamo di perdere: noi stessi.

​La paura della morte nasce quasi interamente dal nostro attaccamento disperato all’idea di un “Io” solido, immutabile e separato dal resto del cosmo. Ci aggrappiamo alla convinzione di essere questo corpo specifico, questa mente esatta, questa personalità irripetibile. Ma se ci fermiamo a osservare con onestà intellettuale, scopriamo che questa identità fissa è un miraggio.

​Quello che chiamiamo “Io” non è un monolite, ma un flusso incessante, innanzitutto a livello biologico: le cellule che componevano il nostro corpo dieci anni fa non esistono più; sono state interamente sostituite dal tempo e dalla biologia.

A seguire, da un punto di vista puramente psicologico: I pensieri, le convinzioni e i desideri che ci animavano da bambini o da adolescenti sono morti per lasciare spazio alla persona che siamo oggi.

Infine, nella sfera emotiva: I nostri stati d’animo sorgono e svaniscono come nuvole spinte dal vento, senza che noi possiamo trattenerli.

​Siamo in un perenne stato di rinnovamento. Invecchiamo, ci trasformiamo e “moriamo” a noi stessi in ogni singolo istante. Liberarci dall’illusione di un’identità rigida significa disinnescare la bomba della paura. Se l’Io che temiamo di perdere è già, di per sé, in continua dissoluzione, cosa c’è da temere veramente nell’atto finale? Non è forse solo l’ultimo atto di uno spettacolo fatto di continui addii e continue rinascite della materia e della coscienza?

​Tutto ciò che ci circonda, tutto ciò che prende forma nell’universo, è soggetto a una legge inesorabile: la legge dell’impermanenza. Nulla resta immutato.

​Pensiamo alla natura, la nostra più grande maestra di filosofia. I fiori sbocciano con una bellezza struggente proprio perché destinati ad appassire; i fiumi scorrono ininterrottamente verso il mare senza mai trattenere la stessa goccia d’acqua per più di un istante. Anche la nostra esistenza si

inserisce in questa immensa corrente di trasformazione. La vita non è un punto fermo, ma un paesaggio in movimento.

​La sofferenza umana, il dolore esistenziale che ci attanaglia, nasce esattamente qui: nella frizione tra la realtà che cambia e la nostra mente che vuole fermarla.

Soffriamo perché ci opponiamo all’ordine naturale delle cose: ci aggrappiamo disperatamente alla giovinezza, terrorizzati dallo specchio che ci restituisce l’immagine della vecchiaia.

Tratteniamo con le unghie le persone che amiamo, vivendo nel terrore paralizzante della loro assenza.

Cerchiamo sicurezze definitive in un mondo dove la solidità è solo un’illusione temporanea.

​Finché cercheremo di afferrare l’acqua a mani nude, rimarremo delusi e sofferenti.

È necessario accettare la transitorietà per trovare la pace.

​Quando finalmente smettiamo di combattere, però, quando abbassiamo le armi di fronte all’impossibilità di trattenere le cose, accade qualcosa di straordinario. La paura svanisce.

​Comprendere che non c’è nulla di solido a cui aggrapparsi non porta al nichilismo o alla disperazione, ma a una leggerezza inebriante. La vera quiete non risiede nel garantirsi la sopravvivenza eterna, ma nell’arrendersi al flusso. Se persino la morte non è la fine definitiva, ma solo una parte dell’infinita danza dell’universo – materia che torna alla materia, energia che si disperde per formare nuova vita – allora l’atto del morire perde i suoi connotati macabri per assumere una forma poetica.

​Diventiamo capaci di guardare l’esistenza per ciò che è: un fenomeno fugace, e proprio per questo di un valore inestimabile. Invece di vivere rannicchiati nell’attesa del colpo di grazia, impariamo ad assaporare l’attimo presente. La consapevolezza della nostra fragilità diventa la lente attraverso cui la bellezza del mondo appare più nitida. La vita, in tutta la sua straziante caducità, non è un possedimento da difendere con i denti, ma un dono misterioso da attraversare con grazia, pronti, quando sarà il momento, a lasciare la presa.

Alessio Miglietta


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